Di Marco (del 12/02/2009 @ 18:11:49, in Filosofia, linkato 78 volte)
Inizialmente volevo scegliere una foto che riprendesse, in modo evidente, il concetto di casa. Casa anche come "piccolo universo", come contesto preciso e netto in cui identificarsi. Poi, però, ieri mattina mi sono svegliato e ho potuto ammirare il panorama che vi propongo nella foto qui sopra dal balcone di casa mia. E non è stato difficile scegliere questa foto per esprimere il mio concetto.
Il concetto di casa non è statico, ma dinamico. Cambia con il tempo, cambia esattamente come cambiamo noi. Perché la gente cambia, eccome se cambia. Si evolve, non necessariamente migliora, ma si trasforma. Ciò che eravamo quando avevamo 14 anni può essere molto diverso da come siamo oggi. Può essere dovuto al fatto che le "ferite della vita" ti segnino in modo particolare o, più semplicemente, che gli obiettivi che perseguivi allora (un computer nuovo, una vittoria con la tua squadra, un bel voto a scuola, o uno sguardo indulgente della ragazza per cui muori), adesso si siano trasformati. E, crescendo (anche di statura), vedi il mondo in modo diverso. E diverso, ribadisco, non vuole necessariamente dire: migliore. Vuol dire solo diverso. E' altresì probabile che ci sia, in qualche modo, una continuità: una piccola parte di noi, forse la più profonda, la più vera, definisca una "traccia" che non ci abbandona mai. Che, nonostante quelle famose "ferite", resta la fedele testimone di un progetto di vita che si sviluppa coerente, nonostante tutto.
Casa. Il concetto di casa, per me, era inizialmente il mio balcone. Da dove ho scattato la foto sopra. Ho sempre avuto la fortuna di godere di una vista invidiabile, che abbraccia il Monviso e il Rocciamelone, perdendomi nella Val di Susa tra il castello di Rivoli e la Sacra di San Michele. E i tramonti che certi giorni mi regalano, sono veramente mozzafiato. Montagne e cielo, striato di colori vivissimi e forti, ma anche dolci e caldi. Il concetto di casa era relativo a un paesaggio che facevo mio, che sentivo mio più di qualsiasi altra cosa. Ogni volta che mi allontanavo da casa, mi allontanavo da quel balcone, da cui potevo spaziare e che, la mattina, mi forniva le indicazioni per la giornata a venire (come facevano gli antichi Romani). La casa era un luogo, un'immagine. Mutabile nel tempo, ma con dei riferimenti precisi.
Col tempo, il concetto di casa si è allargato: era Torino, e in particolare Superga, quando tornavo da Milano. Era le montagne in lontananza, le colline che incominciavano a intravedersi sempre più distintamente, era la stazione di Porta Susa, così ferita nelle sue trasformazioni, ma così familiare. Era anche il castello di Moncalieri, provenendo da sud, era la stazione Agip di Villanova, poco prima del casello, era l'indicazione "Lingotto" e "Tangenziale Sud", era il nome di luoghi come Stupinigi, Orbassano, Nichelino... Passeggiare, poi, per piazza San Carlo, via Roma, e tutte le vie del centro, con quei piccoli riti che si ripetono piacevolmente ogni weekend (quel negozio, quel bar, quel ristorante, quelle vetrine), era vivere il libro di Culicchia (Torino è casa mia).
Altra evoluzione, infine. Casa è diventata un sorriso, un'essenza, come il detersivo che hai scelto, l'ammorbidente quello blu. E' piegare le lenzuola, o guardare la tv sul divano, o preparare la cena mentre si mette a posto casa, è spegnere la luce e sentire che è lì, di fianco a te, con il suo respiro regolare e le sue piccole manie pre-sonno.. la casa è un'unione, un'idea di famiglia che supera i luoghi e le dimensioni. Ti rendi conto che la tua casa è la vostra casa, che, come dice Jovanotti, un monolocale può davvero essere un castello, che quello che hai davvero di prezioso è il legame che riesci a creare, più che le quattro mura che lo preservano.
Quale sarà la prossima evoluzione? Non so, crescendo si cambia, l'ho scritto all'inizio. Ma spero di potervelo raccontare (per il piacere di condividerlo con voi).
Non poteva ovviamente mancare, nella piccola raccolta sul concetto di "casa", il mio gruppo preferito, i Dire Straits. E mi piace presentarvi questa canzone non proprio ultranota, diciamo "per appassionati". Follow me home è una canzone che fa parte del secondo album, Communique, da molti ritenuto tra i più "veri" della verve innovativa e sui generis dei Dire Straits. Insieme all'album di esordio (Dire Straits) e a quello seguente (Making Movies), rappresenta il meglio della produzione originale del gruppo. A me piacciono molto anche gli altri (Love over gold e Brothers in arms), in cui si denota marcatamente una maturità artistica e sonora che negli album iniziale non si ha. Ma lo stile è quello, inconfondibile, e decisamente accattivante.
Ma torniamo alla canzone. Qui il concetto di "casa" non è centrale nella canzone, anzi è solo un pretesto. Ciononostante, il sound è a mio avviso fantastico, molto "intimista", e ben si sposa con un'idea di casa che è rifugio, luogo mistico, unione di luoghi fisici e metafisici. Che poi, nel testo, questa "casa" sia solo una stanza dove portare una donna raccolta alla festa, è un altro paio di maniche...
Beh, ho detto anche troppo. Vi lascio a un classico dei Dire Straits degli esordi. Da notare, nel video, un Mark Knopfler irriconoscibile rispetto al distinto e rispettabile signore dei giorni nostri.
Dire Straits - Follow me home (dall'album Communique, 1978)
Eccoci qui, come promesso, a una seconda visione del concetto di "casa", magistralmente (a mio parere) interpretata dalla dolce e vellutata voce di Dionne Warwick. A me piace molto questo testo e il modo in cui lo interpreta Dionne. E' anche molto semplice, per cui non aggiungo ulteriori spiegazioni, perché del tutto superflue. L'unica cosa che non riesco a tradurre con soddisfazione è (intesa come casa, costruzione) e (intesa come casa, luogo e concetto). Probabilmente in italiano non abbiamo una differenziazione così fine. per una volta, gli inglesi ci battono. E voi, che ne pensate?
Dionne Warwick - A house is not a home (dall'album Make Way For, 1964)
A chair is still a chair
Una sedia resta sempre una sedia,
Even when there's no one sitting there
anche quando non c'è nessuno seduto sopra
But a chair is not a house
Ma una sedia non è una casa e
And a house is not a home
una casa non è tale
When there's no one there to hold you tight,
Quando non c'è nessuno che ti possa stringere forte
And no one there you can kiss good night.
E nessuno che ti dia il bacio della buonanotte
A room is still a room
Una stanza resta sempre una stanza,
Even when there's nothing there but gloom;
anche quando non c'è nient'altro che oscurità
But a room is not a house,
Ma una stanza non è una casa,
And a house is not a home
E una casa non è tale
When the two of us are far apart
Quando entrambi siamo lontani
And one of us has a broken heart.
E uno di noi ha il cuore spezzato.
Now and then I call your name
Ora più che mai urlo il tuo nome
And suddenly your face appears
E d'improvviso il tuo volto appare
But it's just a crazy game
Ma è solo un gioco crudele
When it ends it ends in tears.
Perché quando finisce, finisce in lacrime.
Darling, have a heart,
Mia cara, se hai un cuore,
Don't let one mistake keep us apart.
non fare in modo che un errore ci separi.
I'm not meant to live alone. Turn this house into a home.
Non sono fatto per vivere da solo. Trasformiamo questa casa in una casa.
Ci sono tanti modi per esprimere il concetto di "casa". Casa può voler dire tante cose, se ben ci pensate. Può essere uno spazio preciso, quattro mura, una stanza, o una città, una regione, un paese. O anche un panorama, una panchina, una spiaggia. Casa può anche essere non un luogo, ma un sentimento: "mi sento a casa". Cosa vuol dire per voi essere a casa? Oggi vi propongo una canzone piuttosto famosa, in quanto recente e cantata da Michael Bublé. Nel prossimo post, ve ne proporrò un'altra, che già nel titolo chiarisce bene la domanda che vi pongo. E vi dirò cosa vuol dire, per me, essere a casa. Intanto, potete farlo voi...
Per il momento... buon ascolto...
Michael Bublé - Home (dall'album It's time, 2005)
Another summer day
Un altro giorno d'estate
Has come and gone away
E' passato e scivolato via
In Paris and Rome
A Parigi e Roma
But I wanna go home
Ma io voglio tornare a casa
Mmmmmmmm
Mmmmmmmm
May be surrounded by
Potrei anche essere circondato
A million people I
da un milione di persone
Still feel all alone
ma mi sentieri ancora solo
I just wanna go home
Voglio solo tornare a casa
Oh, I miss you, you know
Oh, come mi manchi, lo sai
And I’ve been keeping all the letters that I wrote to you
E ho tenuto tutte le lettere che ti ho scritto
Each one a line or two
e in ognuna di esse due tre righe
“I’m fine baby, how are you?”
"io sto bene, e tu?"
Well I would send them but I know that it’s just not enough
Beh, le vorrei spedire ma so che per te non sarebbero abbastanza
My words were cold and flat
le mie parole sembrerebbero fredde e piatte
And you deserve more than that
e tu meriti molto più di questo
Another aeroplane
Un altro aereo
Another sunny place
un altro posto assolato
I’m lucky, I know
Mi sento fortunato, lo so
But I wanna go home
ma vorrei tornare a casa
Mmmm, I’ve got to go home
mmmmm, devo tornare a casa
Let me go home
fammi tornare a casa
I’m just too far from where you are
sono troppo lontato da dove sei tu
I wanna come home
voglio tornare a casa
And I feel just like I’m living someone else’s life
Di Marco (del 29/01/2009 @ 14:31:51, in Cinema, linkato 69 volte)
Sono andato a vedere il film sapendo che la critica americana l'aveva abbastanza stroncato, e così anche il pubblico. Memore, poi, del successo che ebbe "La ricerca della felicità" (film d'esordio della accoppiata will smith - gabriele muccino), mi chiedevo come mai questo film potesse essere così criticato. Così, si spengono le luci in sala, si accende lo schermo e... Beh, i minuti che seguono sono sequenze appassionanti e coinvolgenti in cui il protagonista, will smith, mostra una maturità, una maestria, una padronanza nel parlare prima con il corpo che con la voce (ovviamente doppiata, in questo caso), che lasciano pochi dubbi sulla sua bravura. La storia è molto bella, difficile, sia come argomento, sia come epilogo, e forse per questo non così apprezzata dal pubblico americano (magari si aspettava un nuovo "independence day"). La capacità poi degli altri interpreti (come rosario dawson, la spalla femminile del film), rende il film pieno e completo. Muccino passa lieve e delicato sui grandi drammi espressi nel film, senza retorica, senza accanimento, ma con grande sensibilità. Un film che ti porta a riflettere, su ciò che è importante nella vita, sui valori, sulla sensibilità, sull'amore. Un gran bel film. Complimenti.
Di Valeria (del 27/01/2009 @ 18:52:19, in Nel vento, linkato 15 volte)
L' Arrivederci che dà il titolo al film è risuonato in una mattina come queste, in un giorno di fine gennaio del 1944. E' arrivato a me attraverso la memoria del regista -che di quel saluto fu protagonista- in un gennaio di oltre quarant'anni dopo; e ancora continua a vivere nel mio ricordo.
Spesso mi sono chiesta come mai questo film mi abbia colpito così tanto, fin dalla prima volta che l'ho visto, a dieci anni. Vorrei scrivere il post più bello del mondo per poterlo presentare, ma mi accorgo di quanto sia difficile esprimere l'essenziale. Forse è proprio la fedeltà a un ricordo ciò che più di ogni altra cosa mi ha toccato. Un'esperienza vissuta ai tempi della scuola, un'amicizia incredibimente breve, durata il tempo di un gennaio (dalla riapertura dele scuole alla fine del mese); brutalmente interrotta. Eppure carica di tanta verità da creare una vicinanza del cuore resistente alla distanza del tempo e dello spazio; quella vicinanza che il regista rinnova con una promessa, nella scena finale, attraverso una voce fuori campo (forse, nell'originale francese, la sua)- "Ricorderò". E' proprio in questo rapporto di amicizia che è racchiusa per me la bellezza del film. Misterioso incontro-scontro di vicinanza e di lontananza; lo definirei così. Un rapporto che sembrava non avere le premesse per decollare - quello tra Julien e Jean Bonnet, il nuovo compagno; ma che invece, ecco: impercettibilmente, nonostante (o chissà , attraverso) i contrasti, si trasforma in un legame profondo e vero. Dove l'ammirazione nasce proprio dalla contestazione; l'unione riesce a emergere nonostante l'avversione (forse per una nascosta, profonda somiglianza). Un' amicizia descritta senza retorica, con grande realismo; a cui le parole più belle che potrei dedicare sono queste, da un libro di Andrzej Jawien: "Ecco uno di quei processi che saldano l'universo, uniscono le cose divise, arricchiscono quelle grette e dilatano quelle anguste".
C'è un piccolo pezzo nel film "Frankenstein Junior" (che film!) in cui il protagonista, il dottor Frankenstein (frankenstin), la prima notte in cui dorme nel letto del suo famoso nonno, preso da un incubo incomincia a urlare: "Il destino è quel che è, non c'è scampo più per me!"
Non so se sia capitato anche a voi, nella vostra vita, di aver pensato, provato, vissuto sulla vostra pelle, la sensazione che la vostra vita debba andare verso una certa direzione, indipendentemente dal vostro volere e dalle vostre (conscie) decisioni. Destino contro volontà, fato contro determinazione, il flusso della vita che ci porta verso la foce, mentre noi cerchiamo di risalire la corrente o di prendere un affluente e andare da tutt'altra parte. Io sento spesso questa corrente. la sento, è come una "vocina", è come se tutto, intorno a me, mi spingesse verso quella direzione. Contrastarla o assecondarla? A ognuno l'ardua sentenza. In ogni modo, come canzone del giorno, oggi ho scelto di proporvi una canzone di Lenny Kravitz, di già qualche anno fa. Il titolo (I belong to you) riprende un po' il concetto: quando appartieni a una persona, per quanti disastri si possano fare, c'è questo diritto di proprietà che ci tiene vincolati, "nel bene e nel male, in salute e malattia, in ricchezza e povertà". Lenny deve essere, poi, stato molto innamorato in quel periodo: l'album da cui è tratta la canzone in questione ("5") è piena di musica dai testi decisamente espliciti: Lenny è cotto perso della sua ragazza e l'ispirazione fluisce impetuosa attraverso i suoi testi. E, da notare, come questo suo amore sia (apparentemente) contraccambiato: ecco dove sta il segreto...
Ma siccome Lenny spiega molto meglio di me questi concetti, lascio la parola (e la musica) a lui...
Lenny Kravitz - I belong to you (dall'album 5, 1998)
Di Valeria (del 22/01/2009 @ 17:28:59, in Nel vento, linkato 80 volte)
E' una canzone che mi fa pensare al vento, questa di Moby, "Why does my heart feel so bad?".
A me piace il vento. C'è stato, questa notte; l'ho sentito. Il vento che arriva dalle montagne, quello che spazza il cielo e porta un azzurro che non si vede spesso sul Piemonte. Soprattutto in questo periodo dell'anno, il vento provoca in me uno struggimento che non so descrivere. Come una nostalgia o una promessa. Forse il primissimo annuncio della primavera; di qualcosa di nuovo che non so. Le nubi spariscono, insieme al cielo velato e bianco di di gennaio. Ed è l'azzurro. Quell'azzurro che riesce a trasmettermi speranza e che fa nascere in me una forza silenziosa. Come una porta aperta su un nuovo orizzonte. Ed è questo che canta la canzone nel ritornello :"These open doors"..."Queste porte aperte"... Alla tristezza che attanaglia l'anima, chiudendo ogni orizzonte (le domande della canzone sono le stesse di un salmo, nella Bibbia: "Perchè il mio cuore si sente così male? Perchè la mia anima sta così male?"), si contrappongono, improvvise, queste porte che si aprono. Come uno squarcio nel cielo, un profondo sereno. Sembra l'esito di una lotta, di una ricerca dolorosa, ma anche, nello stesso tempo, un regalo e una sorpresa. Una forza misteriosa che emerge dalla debolezza.
Why does my heart / Feel so bad? / Why does my soul /Feel so bad? These open doors
" Quanto più vi sentite solo, trascurato, vilipeso, incompreso, e quanto più vi sentirete presso a soccombere sotto il peso di una grave ingiustizia, avrete la sensazione di un’infinita forza arcana, che vi sorregge, che vi rende capaci di propositi buoni e virili, della cui possanza vi meraviglierete, quando tornerete sereno. E questa forza è Dio!" (Giuseppe Moscati)
Bellezza...Certo non è facile definire che cosa sia. E' una caratteristica della realtà che ci tocca profondamente. La bellezza ha la capacità di suscitare in noi stupore e rapimento. Ci avvince, tanto che desideriamo contemplarla e quasi "fermarla" in noi. Non è così quando scattiamo una foto, facciamo un disegno, o proviamo a descriverla con le parole? Quasi per trattenerla e insieme farne un'esperienza più profonda. Io che ho sempre amato disegnare, ricordo fin da bambina i momenti trascorsi con fogli e matita intenta a riprodurre ciò che mi colpiva- i soggetti più diversi...E quanta gioia in questo... Forse è proprio il richiamo alla gioia, il presentimento di una vita vera e piena- ciò che la bellezza ha di più prezioso da donare. Tuttavia ci sono ferite del cuore, provocate dall'esperienza del male e del dolore, che possono svuotare di ogni attrattiva la bellezza che percepiamo intorno a noi, nel mondo naturale, o nell'arte. Quasi che l'assenza di bellezza morale- la verità- nel cuore dell'uomo renda vana ogni altra forma di bellezza, pur vera e preziosa. Mi viene in mente il monologo di Amleto, nella tragedia di Shakespeare, quando- avvicinato da un gruppo di amici (falsamente premurosi, in realtà inviati dai sovrani di Danimarca per indagare su di lui) e amareggiato per l'ipocrisia che scopre intorno a sè- arriva a descrivere la terra, con tutte le sue bellezze naturali, come "uno squallido promontorio" e l'uomo come un cumulo di fango.
Nella natura bellezza e verità coincidono in una misteriosa unità. Non c'è possibilità di finzione e di contraddizione. Nei nostri cuori, invece, è la libertà a decidere per la verità o la falsità...
" Le forme e i caratteri individuali degli esseri che vivono e si sviluppano, delle cose inanimate, degli animali e dei fiori e di tutta la natura, costituiscono la loro santità agli occhi di Dio. La loro inviolabile identità è la loro santità. E' l'impronta della sua sapienza, della Sua realtà in loro. La particolare rozza bellezza di questo puledro in questo giorno d'aprile su questo campo e sotto queste nubi è una santità consacrata a Dio dalla sua stessa "sapienza creativa" e proclama la gloria di Dio. I fiori pallidi del corniolo fuori da questa finestra sono santi. I piccoli fiori gialli che nessuno nota sul bordo di questa strada sono santi che fissano il volto di Dio. Questa foglia ha un suo tessuto, una sua venatura ed una sua forma che sono santi, e il pesce persico e la trota che si nascondono nelle profondità del fiume sono canonizzati dalla loro bellezza e dalla loro forza. I laghi nascosti tra le colline sono santi e anche il mare, che con il suo maestoso ondeggiare dà incesante lode a Dio, è santo. Il grande monte brullo, con tutti i suoi avvallamenti, è un altro dei santi di Dio. Non vi è altro monte che gli sia simile. E' unico nelle sue caratteristiche; null'altro al mondo imitò e imiterà Dio nello steso modo. E in ciò consiste la sua santità. Ma che dire di te? Che dire di me? " (Thomas Merton, Semi di contemplazione)
La verità su noi stessi spesso ci sfugge. Non è facile capire chi siamo; chi vorremmo essere e come metterlo in atto, con quali decisioni. Quante volte aborriamo la menzogna negli altri e poi ce ne scopriamo complici. Esiste però nell'uomo un richiamo al bene e alla verità; quella misteriosa realtà che è la nostra coscienza. In questa profondità- mi sembra- si riflette la bellezza (ogni bellezza). E' qui che ci invita alla ricerca di ciò che è giusto e buono, soprattutto quando lo vediamo risplendere in qualcuno e riceviamo la speranza di poterlo a nostra volta trovare. I raggi di bellezza più caldi e dolcemente potenti che io abbia conosciuto, sono proprio quelli delle persone che mi hanno aiutata con la loro bontà, dandomi ancora la possibilità di sperare.
Riprendo un articolo che è comparso oggi su La Stampa (potete leggerlo on line qui) per condividere con voi un concetto che mi sta particolarmente a cuore: la distinzione tra "res publica" e "cosa privata". Da vent'anni a questa parte stiamo scimmiottando a man bassa il modello britannico/americano, in cui lo Stato delega sempre di più ai privati tutto quello che può essere alienato. In questo modo, lo Stato diventa più agile e snello e consente, mediante il principio della concorrenza, al mercato di decretare i prezzi migliori a vantaggio del cittadino. Cittadino che, sulla base del rapporto prestazioni - prezzi, determina la società "migliore". Questo, in teoria. La pratica, invece, ha chiaramente mostrato che a un "monopolista" di stato se ne sostituisce fondamentalmente un altro, ovvero la grande multinazionale che si aggiudica il 95% del mercato, determinando a suo piacere i prezzi (sensibilmente più alti rispetto alla stessa società a partecipazione statale), senza apportare un significativo miglioramento in termini di qualità del servizio. Laddove non ci sia una sola grande multinazionale, di fatto si determina un "cartello" delle aziende principali, che definiscono tranquillamente (e in spregio ai principi liberali della concorrenza) il prezzo finale, sempre a discapito dei consumatori finali. D'altronde, non c'è da stupirsi al riguardo: se le società, giustamente, devono difendere i valori dei loro stakeholders, devono puntare alla massimizzazione del profitto: riduzione perciò dei costi e massimo prezzo praticabile. E' nella logica di qualsiasi amministratore delegato: il massimo, con il minimo. Questo, in sostanza, il punto di vista da parte della società. Ma se vediamo il contesto dalla parte dello Stato? Lo Stato deve promuovere il benessere sociale e il progresso. Il vantaggio di pochi (gli stakeholders) non può, nondeve, essere superiore al vantaggio dei tanti (i cittadini). O, quantomeno, lo Stato deve preoccuparsi di calmierare, laddove i reciproci interessi siano in contrasto, le due esigenze. Da qui l'Autorità per la Vigilanza, per esempio, e tutti gli altri strumenti a disposizione dello Stato. Ma ci sono dei comparti in cui le esigenze della comunità sono in palese contrasto con gli interessi dei pochi, per cui una attività, se presa nel suo piccolo, genera solo passivi e risulta antieconomica. I trasporti, per esempio. E' noto ormai anche ai sassi che, prendendo le ferrovie, la tratta più lucrosa è la Milano Roma e, in generale, i trasporti di media-lunga percorrenza di tipo "business" (la cosiddetta e famigerata "alta velocità"): il guadagno del gestore è maggiore in quanto, per motivi di lavoro, i treni che collegano i principali centri italiani sono pieni di pendolari che, per necessità o per convenienza, preferiscono il treno ad altri tipi di spostamento. Il prezzo, seppur alto, incide in misura minore o nulla (se corrisposto dall'azienda per cui si lavora) rispetto ad altre forme di spostamento (auto, aereo) e, di fatto, si impone come unica scelta. Logica, pertanto, da parte delle nostre FS, investire maggiormente su queste tratte, di modo da far, finalmente, respirare i magri bilanci.
Logica dal punto di vista della società FS, ma non dello Stato: ci sono delle tratte, per esempio, che sono a bassa redditività (tipicamente i collegamenti regionali) o addirittura in perdita secca, definiti "i rami secchi" da tagliare, che però, nell'ottica di servizio allo strato sociale, devono essere comunque mantenuti. Da qui, due esigenze contrastanti: da una parte, le legittime necessità di massimizzazione del profitto della società di gestione; dall'altra, l'esigenza dello Stato nel garantire servizi equi su tutto il territorio nazionale, senza discrminazioni. Pena, chiaramente, il ridisegno generale della struttura sociale: quale il futuro? Beh, un'ipotesi a lungo termine potrebbe essere questa: due soli poli attivi, Milano e Roma. Roma polo politico, Milano polo industriale, e tutto il resto d'Italia che gravita su questi due soli fuochi, mantenendo "ai margini" delle due città attività necessariamente localizzate (come, per esempio, i porti di Genova o Napoli). Un'Italia in cui la massa si concentra a Milano / Roma, e vive in città dormitori come Torino, Piacenza, Bergamo, Bologna, Firenze, ecc.
Chiaramente è una visione radicale e provocatoria, ma, in fondo, non così lontana dalla realtà: basta vedere come si stanno comportando le multinazionali con le loro sedi: se prima erano sparse nel territorio, ora stanno via via accentrando i poli in una unica struttura, con evidenti riduzioni di costi. Costi che continuano a esserci, ovviamente, ma che sono in questo caso distribuiti ("occultati") sui dipendenti, che devono spostarsi per continuare a lavorare.
Lo stesso vale, in modo più evidente, per i trasporti aerei: la nuova Alitalia nasce come privata e, per restare in attivo e competitiva con le altre compagnie aeree, deve necessariamente privilegiare le tratte più remunerative (anche qui, Milano Roma e i grandi collegamenti internazionali). In questo senso, la cosiddetta continuità territoriale con Sicilia e Sardegna (per chi non lo sapesse, la garanzia di collegamenti, possibilmente frequenti, tra le isole e la terraferma a tariffe convenzionate per i residenti isolani) non rientra in questo scenario.
Come fare, allora? Se da un lato lo Stato deve garantire lo sviluppo su tutto il territorio, dall'altro incoraggia la dismissione di attività prevalentemente orientate al cittadino verso il privato. Due esigenze in netto contrasto tra di loro. Non stupisce, allora, la protesta degli isolani delle Eolie di fronte alla privatizzazione della tratta verso la Sicilia.
Conclusione? La mia è che certe attività non possono essere privatizzate. Mantenere pubblico non vuol dire avere un livello minimo di servizio: il cittadino, a mio avviso, deve pretendere un servizio di eccellenza. Il fatto che sia pubblico vuole solo dire che è pagato con i soldi di tutti noi, e forse proprio per questo dovremmo alzare la voce per ottenere un risultato soddisfacente. Il privato va bene laddove c'è oggettivamente un mercato concorrenziale, laddove cioè è la qualità dell'offerta che fa la fortuna dell'azienda meglio strutturata. Ma laddove allo Stato si sostituisce un molosso che ha l'obiettivo di massimizzare i profitti sulla pelle dei cittadini, di partenza è una situazione che va a scapito dell'utilizzatore finale.