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 Galeries Lafayette... di Marco
 
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La differenza tra teoria e pratica è maggiore in pratica che in teoria

Anonimo
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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Valeria (del 18/06/2009 @ 18:03:18, in Nel vento, linkato 87 volte)

E' di ieri la notizia che Cristiano De Andrè, dopo anni di sofferto silenzio, inizierà un tour per l'Italia cantando le canzoni del padre.
La prima tappa sarà proprio a un passo da Torino, a Venaria, il 30 giugno.

Una notizia, già. Che ha la luce della novità.
Il mio pensiero è corso a una sua canzone di tanti anni fa. Era il 1993 e a Sanremo Cristiano cantava "Dietro la porta".
Mi piaceva. Riusciva a trasmettermi quell'intreccio di mistero, speranza e fatica che è la vita che sogniamo e che prepariamo oltre la porta del nostro cuore. Ombre e luci che si susseguono.
La combinazione del destino con la volontà sul filo della paura, a volte, ma anche della sfida.
Le possibilità.
E infine la percezione della vita come qualcosa di più grande di noi, capace continuamente di bussare alla porta del nostro mondo interiore e di stupirci con la sua novità.


Dietro la porta di casa mia
ho notizie arrivate da molto lontano
dietro la porta di casa mia
ho un amore che tengo che tengo a portata di mano
ho pensieri importanti parcheggiati in un angolo
aspettano me
ho parole scadenti perdenti vicino a me
Dietro la porta di casa mia
c'è la polvere dei miei ritorni della mia strada
c'è l'ombra della mia anima
sempre attenta ovunque vada
c'è un tempo preciso un momento anche per te
dietro la porta di casa cosa c'è
Ci sono novità ci sono notti
che per niente al mondo cambierei
ci sono novità e tutto quello che ci porterà
questo vivere appesi coi denti
per una faccia migliore
questo vivere fuori dai tempi
aspettando per ore
ci sono novità ci sono notti
che per niente al mondo cambierei
ci sono novità e tutto quello che ci porterà
questo gran consumarsi di mani
giocando carte migliori
questo leggere sempre le mani
e cercarne i colori
Dietro la porta di casa mia
ho un tappeto di tutte le stelle del cielo
e i tuoi occhi segretamente nascosti
rinchiusi per me
c'è un leggero passo di vento che qui non c'è
vedessi di notte quando danza per me
Ci sono novità ci sono notti
che per niente al mondo cambierei
ci sono novità e tutto quello che ci porterà
questo stare leggeri e presenti
cantando fuori dal coro
queste voci poco distanti fuori dal coro
ci sono novità ci sono notti
che per niente al mondo perderei
e la curiosità e tutto quello che ci porterà
ad aprire la porta ad ogni novità
consumandone poco per volta
per quello che verrà
per quello che verrà

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Di Marco (del 15/06/2009 @ 11:44:00, in Fotografia, linkato 50 volte)

A World in my hand
A world in my hand

Dopo mesi di silenzio (quasi) assoluto, provo a riprendere il discorso della fotografia. Che, nelle mie intenzioni iniziali, doveva costituire l'elemento principale del sito, ma che poi si è perso (o  integrato, fate voi) con la voglia di raccontare e raccontarmi.
A ogni modo, ripubblico un tentativo di creazione artistica. Ho partecipato a una festa anni '70, questo weekend, e una festa revival che si definisce tale non può prescindere dalla mitica palla a specchi che tanto furoreggiava nelle discoteche di qualche tempo fa. Ora le strobo e gli effetti luminosi la fanno da padrone, ma il fascino che riesce a diffondere questo residuato del tempo che fu rimane, a mio avviso, intatto.

A world in my hand è il titolo della fotografia (che, come al solito, potete scaricare gratuitamente seguendo il link cliccando sulla foto stessa). Mi sono soffermato nell'immaginare il mondo, il mio mondo, e la sua definizione. Un mondo racchiuso in un altro mondo, e questo in un altro ancora, come tante sfere che contengono e sono a loro volta contenute. La mano che si tende verso il contatto, verso il possesso... i due confini che si sfiorano, c'è tensione, c'è timore, c'è curiosità, c'è minaccia, c'è desiderio.
Calore e indifferenza. Anche grazie alle tonalità dei due elementi.
Un piccolo gioco, un esperimento.

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Di Marco (del 12/06/2009 @ 11:38:01, in Biblioteca, linkato 48 volte)

Giorgio Faletti - Io sono Dio

E' vero, ultimamente sono stato un po' assente dal blog. Mio malgrado, non sono riuscito a dedicarci il tempo che avrei voluto. Fortuna che posso contare su un blogger che riesce a captare i miei "periodi di assenza" e a postare comunque qualcosa di interessante (o di gustoso ; - )).

Quando sono in difficoltà, quando nella mia vita quotidiana tendo a "soccombere" alle molteplici situazioni che si sovrappongono senza lasciarmi tregua, come le onde del mare che si sussuegono sulla riva, tendo a chiudermi in me stesso, cercando di creare una piccola, invisibile barriera tra il "dentro" e il "fuori".
I libri, in questo caso, costituiscono un vero e proprio toccasana: hanno la capacità di trasportarti in un universo parallelo, nel quale non solo ti immergi come "dimensione", ma anche come ruolo e identificazione. In modo quasi incredibile, riesci a immedesimarti nei protagonisti, provando a pensare e a comportarti come loro. E più il libro riesce a trascinarti dentro il suo mondo, più tu trovi sollievo e serenità nel tuo equilibrio personale.

Ho incominciato a leggere Faletti dal suo libro d'esordio, "Io uccido". Mi piaceva moltissimo come comico, e lo ricordo sempre con tanto affetto nei suoi esordi a Drive In (prima con gli sketch del matto, poi con il fratellino tonto, ma non stupido, di Passerano Marmorito, e infine con il mitico Vito Catozzo). Ero perciò curioso di leggere la sua prima fatica letteraria e non persi tempo nell'acquistare il volume. Scelta azzeccatissima e gran bel thriller, scritto ottimamente e dalla trama avvincente. Ne seguirono poi altri due (e nel blog ne trovate la recensione), una raccolta di romanzi (che non ho ancora letto) e, per finire, Io sono Dio.

L'ho acquistato la scorsa settimana, e l'ho finito ieri sera. Sarà l'esigenza di cui sopra, ma la storia mi ha veramente affascinato.
Sulla falsariga di "Io uccido" (che, in qualche modo, lo ricorda da vicino), narra la storia di un reduce del Vietnam che, distrutto nel fisico e nella mente, decide di vendicarsi, di tutto e di tutti. sulle sue tracce, un reporter fotografico (toh...) dal passato dissoluto e discutibile, e una agguerrita agente di polizia. Nel mezzo, piccole grandi storie comuni che si intrecciano, delineate dalle sapienti parole del nostro autore.

La velocità con cui ho metabolizzato il libro la dice lunga su quanto mi possa essere piaciuto. A Faletti devo riconoscere una facilità di scrittura e di capacità di coinvolgimento del lettore.

Se volete, allora, tuffarvi in una bolla virtuale, giocare con i protagonisti, seguire le indagini, Io sono Dio è decisamente un ottimo libro. Penso, per esempio, a spiaggia e ombrellone: ideale. Se, invece, pensate di leggerlo sui mezzi pubblici, ve lo sconsiglio: è pesante da tenere in mano, e rischiate di perdere la vostra fermata....

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Di Valeria (del 01/06/2009 @ 22:39:11, in Nel vento, linkato 90 volte)


Blu e silenzio. Come in mezzo a un'immensa distesa di mare.
A volte provo proprio questo, tornando qui sul blog. E davvero ho l'impressione di ritrovarmi su un galeone alla deriva...Il ponte deserto, non incontro nessuno. Capitan Marco non c'è.

Così, la mia vena piratesca prende il sopravvento e mi impossesso, ancora una volta, del timone..; - )

Lo faccio per un motivo goloso, oggi.
Vorrei condividere il mio entusiasmo per una bevanda che ho preparato proprio in questi giorni. Mi piace così tanto!...L'avevo assaggiata una volta a casa di mio fratello, preparata da mia cognata (oltre che grande amica!) Lucia. E col caldo della settimana scorsa gliene ho chiesto la ricetta.

Ho cercato di seguire scrupolosamente le sue indicazioni telefoniche (abitiamo a circa 1000 km di distanza!). Per descrivervi la preparazione, però, ho voluto usare proprio le sue parole (meglio essere precisi). Le ho chiesto più volte di inviarmi due righe.

Così...Ricevo e trasmetto...

...allora, preparare un caffè per 3 tazze (caffettiera media) con il solito amore con cui prepari il caffè. Versare in un contenitore, possibilmente in vetro e più capiente della quantità di caffè che versiamo.Zuccherare a piacimento. Lasciarlo per qualche minuto in pace. Pensare ad altro, a quello che ognuno preferisce. Poi dopo 10 minuti scecherarlo un po' con forza su e giù per 20 volte (una su e una giù fanno solo 1). Poi mettere 10 cubetti di ghiaccio ben fatto, chiudere e scecherare allegramente per 40 secondi canticchiando una canzone. Dopo, versarlo in un bel bicchiere e berlo in fretta godendosi la schiuma, prima che si scioglie. Se ne resta metterlo in freezer altrimenti si annacqua. Va bene??????????????????? un bacio
lu

Come contenitore in vetro io ho usato un barattolo con tappo avvitabile, tipo quelli delle marmellate.
Nella mia foto (forse un po' si distingue) c'è anche un bel ciuffo di panna montata...!!!...

Non so se abbia acceso la vostra curiosità, ma vi assicuro che è Buonissimo e superdissetante.
Vi invito a provare...
Eventuali dubbi o considerazioni saranno naturalmente inoltrati a Lucia (Lu)...

Buon proseguimento di navigazione....a chiunque fosse in ascolto tra le onde.
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Di Valeria (del 28/05/2009 @ 23:30:57, in Nel vento, linkato 21 volte)


Ideale e reale. Astratto e concreto. Teoria e pratica.

Il mondo delle idee e quello dell’esperienza fanno entrambi parte della nostra vita.

Tante volte mi sono soffermata a riflettere su questo doppio volto della realtà. L’esperienza ci insegna che tutto passa e muta, ci immerge nel tempo e nello spazio. Il pensiero consente di dare un senso a ciò che viviamo, di interpretare le emozioni e i vissuti; di dare ad essi una direzione;  di costruire la realtà fisica in base a una visione interiore.


La settimana scorsa si è conclusa a Torino la fiera del libro. Un'occasione che mi ha permesso di tornare su queste riflessioni. Pensavo all'immagine che mi richiama: quella di un porto in cui ogni anno confluiscono, come miriadi di navicelle in mezzo al mare, i messaggi di persone lontane tra loro nel tempo e nello spazio.
Laddove il corpo e i sensi non possono arrivare, entra in campo la parola. E la realtà si dilata: oltre l’esperienza, fino ai confini della verità.
Conoscere significa sempre chiedersi che cosa sia vero e che cosa no del mondo con cui veniamo in contatto, attraverso i sensi o l’intelletto. Quale sia la vera realtà. Una domanda che ha attraversato la storia della filosofia.
Platone paragonava la nostra condizione sulla terra a quella di prigionieri in una caverna: scambiamo le ombre proiettate sul fondo della caverna per la realtà. Gli oggetti che producono le ombre si trovano al di fuori della caverna, oltre il contingente: in un mondo ultraterreno, il “cielo” o mondo delle idee. Quaggiù viviamo di ombre.

 

La terra delle ombre, dunque. Un’immagine ripresa dallo scrittore inglese Clive Staples Lewis (Jack, per gli amici- il famoso autore delle “Cronache di Narnia”) nel titolo di uno dei suoi racconti.

La terra delle ombre. Quella della nostra realtà mutevole e passeggera, soggetta alla morte e al dolore che inevitabilmente l’accompagna. Un dolore che Lewis conobbe precocemente, con la perdita della mamma a soli nove anni. Un’ esperienza che probabilmente gli impedì di adattarsi all’accomodamento del quotidiano; e lo spronò alla ricerca di risposte, di un Assoluto che fugasse le ombre della sofferenza e del non senso. Un mondo di felicità perfetta e verità: tema centrale nei suoi romanzi per bambini; il mondo di Narnia. Espressione della sua tensione verso il trascendente; ma forse anche, in parte, del desiderio di trovare rifugio dalle brutture della vita; attraverso un confronto più speculativo che esperienziale con la realtà.

Eppure è proprio da quel mondo immateriale che la realtà fa il suo ingresso in modo impetuoso nella vita dello scrittore. Oltre la porta dei sogni, si materializza un incontro reale.
Helen Joy Gresham. Scrittrice anche lei; americana, comunista, ebrea ("ma educata a diventare una buona atea!"), convertita al cristianesimo. Divorziata da un marito alcolista e fedifrago. E con un figlio appassionato delle “Cronache di Narnia”- come lei. Per certi versi molto diversa da Lewis: concreta, non incline alle fughe; temprata dall’esperienza, ma mai cinica. Stregata da quel mondo di purezza e idealità che scopre nei suoi libri. Accomunata a lui da un’invisibile infanzia spirituale.  

 


E così, la storia del loro incontro. Ancora una volta, la terra delle ombre - in inglese “Shadowlands”. Questo il titolo originale del film che racconta la loro vicenda, tradotto liberamente in italiano con “Viaggio in Inghilterra”. Una storia vera, come suggerisce la locandina
.

Quella che mi piace leggere, come in filigrana, attraverso uno dei primi dialoghi tra i protagonisti.


“Io credo che l’esperienza personale sia tutto” esordisce Joy.

“Allora leggere è una perdita di tempo…” provoca Jack.

Joy: “No, non è una perdita di tempo…ma i libri non fanno mai soffrire.”

Jack: “E perché dovremmo cercare la sofferenza?

"E' da quella che s'impara!..."(Joy si riferisce a un pensiero espresso da Jack nei suoi scritti).

"Qualcosa che ci fa soffrire non è per forza più vero o più importante.”- ribatte lui.

Joy: “No, credo di no.”

“Non voglio dire che la sofferenza sia inutile, o priva di valore….“ - riprende Jack, raccogliendo lo spunto di Joy e iniziando una dissertazione sulla sofferenza, simile a quelle che era solito fare durante le sue conferenze. Fino a concludere: “La sofferenza è in un certo senso il megafono…”

Ma Joy lo anticipa: “..il megafono che risveglia un mondo sordo!”

Jack: “Oh, sono imbarazzato... Conosci bene i miei libri.”

Joy: "Li ho letti quasi tutti...Ti conoscevo bene già prima di incontrarti."

"Ah…- conclude Jack, sornione-….Anche senza l’esperienza personale!"

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Di Marco (del 25/05/2009 @ 14:12:28, in Sport, linkato 73 volte)

Curva e distinti...poco prima dell'incontro

..ma quel che è peggio è che non sappiamo nemmeno perdere!
Quanto è avvenuto alla fine dell'incontro di ieri, Torino Genoa, è il probabile epilogo di una stagione iniziata con segnali sconfortanti (sconfitte immeritate, gol regolari annullati, esoneri) e terminata forse nel modo peggiore.
Al di là della scazzottata finale, che ha visto alcuni giocatori granata in particolare esibirsi in uno spettacolo veramente indecoroso, la palma dell'immagine peggiore la assegno ad Abate che, dopo aver passeggiato per quasi tutto il secondo tempo (fisicamente, non ne poteva veramente più), non trovava di meglio che falciare inutilmente il genoano Juric a metà campo, concretizzando in un gesto tutta la frustrazione di un finale di campionato che non lo ha visto eccellente protagonista come nei mesi precedenti.

La sconfitta di ieri, abbastanza immeritata, ha praticamente decretato una discesa in serie B al terzo campionato consecutivo di A, dopo i 2 precedenti salvati alla penultima giornata. Per questo, c'è ancora una remotissima speranza, che passa per l'incredibile incrocio di risultati tra Bologna e Roma, al quale nessuno francamente può credere. Per quanto, se arrivasse, nessun tifoso granata si tirerebbe indietro nel ricevere questo inaspettato regalo.
Ammettendo, però, il risultato più scontato (ovvero: retrocessione), se fossi in Cairo/Foschi, inizierei a ridiscutere dalle fondamenta il progetto-Toro, su basi chiaramente differenti.
Ecco, allora, le mie proposte:
- vendita di tutti i pezzi pregiati della squadra (Rosina, Bianchi, Dzemaili, tanto per citarne qualcuno), in particolare quelli che hanno uno stipendio particolarmente elevato (sembra strano dirlo ora, ma il Toro è nella top 10 dei club per gli stipendi erogati).
- svecchiamento della rosa, mantenendo soltanto quelli che non hanno mercato in A o che dichiarano apertamente di voler restare (immagino, per esempio, Sereni, Franceschini, Di Loreto).
- forte investimento sui giovani, con inserimento dal prossimo anno in prima squadra dei Primavera di qualità
- pianificazione della risalita in serie A nell'arco di 2-3 anni.

Ora, perché scrivo questo... non è dettato dalla delusione di questo epilogo di stagione, ma dalla consapevolezza che, finora, le velleità di tornare, in poco tempo, a essere una squadra se non di vertice, quantomeno di metà classifica (stile Atalanta, Cagliari, Udinese), non possono essere perseguite mixando giovani a meno giovani come avvenuto finora. Torino, il Toro, è una piazza particolare, intrinsecamente differente dalle altre. E, proprio per questo, deve seguire strade sue, più consone alla sua tradizione e al suo stile.
Qual è, allora, il modello da seguire? Quello che si potrebbe definire il "modello Arsenal" o, ancora meglio, il modello "Filadelfia": cura del vivaio, promozione dei giovani in prima squadra e, su questo tessuto, inserire qualche acquisto dall'esterno, come lo straniero di turno che dà qualità a una base già valida.
Il Toro deve essere questo: una fucina di giocatori che, prima di essere campioni, devono identificarsi in una società, avendola vissuta per anni nelle giovanili, avendone condiviso valori e stili.
Il Fila è stato un riferimento per anni, non soltanto dal punto di vista "fisico", ma soprattutto come rappresentazione concreta di un'idea nata con i pionieri granata, passata per le eroiche gesta degli Invincibili e perpetrata da chi ne ha respirato la grandezza.
Non è possibile sfidare le corazzate economiche di Inter Milan e compagnia, scimmiottandone il modello, ma con meno risorse e meno utenza. Bisogna ripartire con maggiore umiltà e consapevolezza dei propri mezzi. Ecco perché i punti che ho espresso sopra: la vendita dei "pezzi pregiati", seppur dolorosa (perché Bianchi, alla fine, sta rendendo come avremmo sperato), compenserebbe i mancati introiti della serie A.
Il puntare sui giovani, ci consentirebbe di creare quel gruppo che, nel medio lungo periodo, ci potrà donare maggiore stabilità una volta che ci saranno le premesse (piuttosto che tentare una scalata con gli "esperti" delle promozioni che, una volta in A, faticherebbero oltremodo a rimanerci). Ipotizzare in 3 anni la promozione consentirebbe di essere trasparenti nei confronti dei tifosi (per cui: niente illusioni), ma, finalmente, consentirebbe alla società di mostrare un progetto, vero e proprio, con tanto di prospettive di lungo periodo.

L'eventuale retrocessione, da questo punto di vista, non è poi l'ultimo dei mali. Certo, ci sarebbe da accettare la trasferta a Gallipoli (oltre a quelle famose di Licata e Castel di Sangro), ma se non altro consentirebbe a Foschi di partire da zero con un'idea e tante possibilità. E sono convinto che la struttura societaria, ora, abbia le possibilità per farle decollare nel modo giusto.
Partendo, magari, da chi con i giovani ha dimostrato di saperci fare: Antonino Asta.

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Di Valeria (del 18/05/2009 @ 15:09:08, in Nel vento, linkato 76 volte)

Ricordo che quando ero adolescente mi fu regalato un libretto che portava questo titolo, "L'importante è la rosa". Aveva anche un sottotitolo, mi sembra che fosse "piccole storie per l'anima". E in effetti era la raccolta di una serie di aneddoti e brevi racconti.
Tra questi, in particolare, ne ricordo uno che aveva per protagonista il poeta tedesco Rilke. Mi torna alla mente ogni anno, in questo periodo, quando fioriscono le rose.
E' stato così anche qualche giorno fa, di fronte alla mia rosa preferita- quella che mia nonna chiama "Rosa Tea"; alle sue sfumature gialle e rosa, al suo profumo inebriante.
I fiori ci regalano questo: la bellezza e un'essenza che ci rapisce se la respiriamo. Non servono ad altro, sono inutili in sè; non ci nutrono, non ci aiutano negli spostamenti. Non ci forniscono informazioni, energia o altre risorse.
Ci richiamano a una dimensione della vita non soltanto materiale.

In tempi soprattutto di crisi risulta evidente quanto sia importante disporre di fonti di sostentamento che assicurino dignità e benessere. E' anche vero, però, che spesso, quando la prosperità economica si realizza in pienezza, non garantisce la felicità. Drammatica constatazione è il fatto che il tasso di suicidi sia maggiore nelle popolazioni ricche che in quelle povere. Le mani piene di beni non significano un cuore altrettanto appagato.

La sfera materiale è sostanziale nella vita umana- non possiamo prescinderne. Eppure quanto spesso sperimentiamo che non possiamo essere ricondotti solo a questo.
Ci provarono i nazisti nei lager; cercando di inculcare nei prigionieri una visione materialistica che li degradasse a livello di oggetti. Perso il benessere materiale, doveva essere perso tutto; anche la dignità e la stima di se stessi. L'uccisione fisica doveva essere prima di tutto, anche, psichica; ancora di più, spirituale. Totale.
Esperienze di non senso e di male assoluto, come quella dei campi di concentramento, rimangono confinate in alcuni periodi della storia. Ma il desiderio di dare un senso alla vita tocca gli uomini di ogni tempo e luogo. Capire chi siamo, per cosa siamo fatti, che cosa ci renda felici- per che cosa vivere, insomma: sono interrogativi che attraversano la nostra quotidianità e, in definitiva, indirizzano le nostre scelte e il nostro cammino. Troppo grandi per trovare risposte complete, spesso rimangono inespressi a parole, o addirittura sono messi da parte. Ma di essi anche un semplice fiore, nella sua insignificanza, può essere richiamo.


Il poeta tedesco Rilke abitò per un certo periodo a Parigi. Per andare all'Università percorreva ogni giorno, in compagnia di una sua amica francese, una strada molto frequentata.
Un angolo di questa via era permanentemente occupato da una mendicante che chiedeva l'elemosina ai passanti. La donna sedeva sempre allo stesso posto, immobile come una statua, con la mano tesa e gli occhi fissi al suolo.
Rilke non le dava mai nulla, mentre la sua compagna le donava spesso qualche moneta.
Un giorno la giovane francese, meravigliata domandò al poeta: «Ma perché non dai mai nulla a quella poveretta?».
«Dovremmo regalare qualcosa al suo cuore, non alle sue mani», rispose il poeta.
Il giorno dopo, Rilke arrivò con una splendida rosa appena sbocciata, la depose nella mano della mendicante e fece l'atto di andarsene.
Allora accadde qualcosa d'inatteso: la mendicante alzò gli occhi, guardò il poeta, si sollevò a stento da terra, prese la mano dell'uomo e la baciò. Poi se ne andò stringendo la rosa al seno.
Per una intera settimana nessuno la vide più. Ma otto giorni dopo, la mendicante era di nuovo seduta nel solito angolo della via. Silenziosa e immobile come sempre.
«Di che cosa avrà vissuto in tutti questi giorni in cui non ha ricevuto nulla?», chiese la giovane francese.
«Della rosa», rispose il poeta.  

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Di Marco (del 13/05/2009 @ 09:00:00, in Cinema, linkato 36 volte)

Milk - the movie

L'altro giorno mi è capitato di vedere il film "Milk", con Sean Penn. E' un film "documentario", che racconta alcuni momenti "salienti" dell'ascesa alla notorietà del primo consigliere pubblico degli Stati Uniti dichiaratamente gay nella città di San Francisco.
Siamo nel pieno degli anni '70, ovvero non più di 30 anni fa.
Al di là della qualità del film e/o dell'interpretazione di Sean Penn, per la quale gli è stato assegnato l'Oscar, mentre guardavo il film mi chiedevo come potesse essere possibile che si discutessero, in quegli anni, diritti fondamentali dell'essere umano come, per esempio, il diritto al lavoro. Ecco, in quel periodo si metteva in discussione, per esempio, il diritto all'insegnamento dei professori gay.
Questo perché, per buona parte della popolazione, l'omosessualità era vista come una vera e propria malattia (oltre che una minaccia, una devianza, e compagnia bella).

A vedere quel film ora, la sensazione che ho provato è stata di sconcerto. Per come si potessero fare ragionamenti di quel tipo. Veramente incredibili.
Ma poi ho pensato ai nostri giorni, a quello che ci potrebbero dire i nostri figli, tra trent'anni. Esattamente come io guardo con stupore i miei genitori di trent'anni fa. Cosa, allora, potrebbe tra trent'anni risultare assurdo?

Tra i tanti aspetti che si potrebbero prendere in considerazione, ne ho scelto uno, riportato alla ribalta proprio in questi giorni dalla cronaca: immigrazione ed emigrazione. Ecco, io scommetterei sul fatto che tra qualche decina di anni sarà anacronistica la limitazione dei movimenti nel mondo.
Se ci pensate... perché bisognerebbe limitare lo spostamento di una persona? Perché un individuo dovrebbe essere penalizzato nel nascere in uno stato piuttosto che in un altro?
Ora, non voglio scendere in approfondimenti sul tema che mi porterebbero a scrivere un pamphlet di migliaia di righe (e che su Internet non leggerebbe nessuno, già ora sto "sforando" il limite massimo di attenzione del navigatore medio), ma vi invito a proporre il vostro tema attuale che tra trent'anni sarà visto con lo stesso sconcerto con cui noi oggi vediamo la segregazione razziale od omosessuale (che, purtroppo, in certi casi è ancora lontana dall'essere completamente eliminata).

 

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Di Valeria (del 12/05/2009 @ 23:04:56, in Nel vento, linkato 52 volte)


Tiro fuori dal mio carniere di “inviata” in Monferrato un nuovo, piccolo reportage su questa che è la terra di origine dei miei nonni paterni.

Lo scorcio che propongo è quello delle colline, verdissime in questi primi giorni di maggio, che digradano verso la piana di Casale Monferrato, visibile sullo sfondo.

I miei nonni hanno sempre raccontato che in alcuni freddi, limpidi giorni d’inverno da questo luogo era possibile vedere il luccichio della Madonnina sul duomo di Milano. Più facili da riconoscere, in giornate limpide e senza foschia all’orizzonte, sono la cupola e il campanile della basilica di san Gaudenzio di Novara (purtoppo non in questa ripresa).


Forse avrei dovuto intitolare questo pezzo "Wuthering Heights" (dal titolo del famoso romanzo di Emily Bronte, "Cime Tempestose"..!)...; - )...Ho lottato contro una tempesta di vento per completare il video, e l'audio risulta un po' compromesso...

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Di Marco (del 06/05/2009 @ 08:42:14, in Attualità, linkato 43 volte)

Vicolungo (VC), 1° maggio

Primo maggio, festa dei lavoratori. Negli anni passati, rappresentava un momento importante: era il giorno in cui, con forza, si potevano rivendicare i diritti degli operai, contro lo sfruttamento, contro il precariato, contro le condizioni igieniche, per la sicurezza...
La classe operaia si riuniva in piazza e urlava slogan, proteste, idee.

La domenica, era dedicata al Signore. Lo dice la parola stessa (domenica deriva da domus, casa, e da dominus, signore della casa). Si andava in chiesa, si professava la fede, si santificava il giorno per la settimana a venire. Era un momento in cui si poteva riflettere sul passato (i giorni trascorsi) e il futuro.

Si può andare avanti con l'elenco, mixando giorni "religiosi" ad altri fortemente laici: il 25 dicembre, il 25 aprile, ferragosto, Pasqua, Ognissanti, Carnevale, il 2 giugno...

Da diversi anni il giorno pensato per ricordare è diventato un giorno per dedicarsi a consumare. Il primo maggio è il giorno del concerto gratuito a Roma (e ora ci fanno pure il dvd), ma anche il primo ponte per andare al mare (e le code chilometriche in Liguria ne sono un fantastico esempio) o, come riporto nella foto qui sopra, un'ottima occasione per fare shopping in uno degli innumerevoli outlet sparsi per lo stivale.

A partire dalle domeniche aperte allo shopping, all'orario prolungato durante la settimana (i centri commerciali orano chiudono alle 22), a me sembra, più che mai, che ci sia un chiaro orientamento al "ciclo continuo", dove la connessione è costante e duratura dal momento in cui ti svegli all'istante in cui spegni la luce. Fino a oggi, l'unico momento di vera pace è il sonno, sempre che non sia funestato da sogni e/o incubi di tipo telepromozionale ; - )

Quello che voglio dire è che, a meno di pensare a una vita eremitica, in cui qualsiasi mezzo elettronico (cellulare, tv, radio...) sia bandito, siamo costantemente monitorati, circondati, vezzeggiati e (sì, è da dire) importunati da messaggi pubblicitari bombardanti. le strade sono piene di pubblicità, addirittura sul retro del talloncino del parcheggio c'è la pubblicità, e tutte hanno il medesimo, forte e preciso messaggio: CONSUMA.

L'era del consumismo... non che ci sia niente di male, anzi. L'economia si basa sul consumo. le aziende producono perché qualcuno consuma. la pubblicità è l'essenza di un'azienda. migliore è il messaggio, più alti saranno i profitti (a parità di qualità del prodotto, s'intende).

Qual è, allora, il problema?  
A me fa comodo che i negozi siano aperti fino alle 22, come mi fa comodo che ci siano i supermercati aperti la domenica. E' la sensazione di "ciclo continuo" che mi mette in difficoltà. Non mi ci ritrovo in un mondo così. Esasperato, portato al massimo delle proprie capacità, spinto al limite e anche oltre, per andare sempre di più, sempre di più, sempre di più...
L'uomo ha bisogno di creare un equilibrio, necessita di alternare a periodi frenetici altri di quiete e riposo. Tenendo in considerazione, ovviamente, le peculiarità di ciascuno di noi (chi più, chi meno). Ma un riposo ci deve essere.
Ecco... la sensazione, invece, è che tutto questo diventi, progressivamente, un concetto superato. Superato dall'importanza di essere sempre "live", sempre connessi, sempre a disposizione.
L'outlet di Vicolungo, tra Torino e Milano, è per esempio chiuso solo 3 giorni su 365. E io il primo maggio ero lì, a scattare quella foto. vittima (e complice) anch'io di questo moto perpetuo. di questa carrozza dalla quale, sempre più, vorrei scendere.
ben sapendo che chi si ferma è perduto.

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