Di Marco (del 24/03/2010 @ 17:52:28, in Filosofia, linkato 3 volte)
Walk in piazza San Carlo, Torino
La sofferenza genera la creatività. Non so se chi legge questo post, possa essere d'accordo. Ma ne sono fermamente convinto. Parlo ovviamente per esperienza personale. Le forti emozioni, in genere, suscitano pensieri e fanno girare velocemente i nostri neuroni, oltre che battere il nostro cuore. nel bene e nel male, ovviamente. Può capitare che, per emozioni positive, ci sia la necessità di far "esplodere" il nostro sentimento, e un modo consiste nella creatività applicata. Che può essere la pittura, la poesia, la musica. o anche lo sport. ognuno la manifesta da sé. Di fatto, però, chi vive con intensità e piacere la propria vita, ha poi... poco tempo da dedicare al pensiero: è troppo impegnato a vivere. Non è che se mangi una bistecca favolosa, ti fermi e dici: "aspettate! devo assolutamente comporre un sonetto per questa carne deliziosa!". La mangi e ti bei nell'addentare quei fantastici bocconi.
Discorso differente la sofferenza. Soffrire vuol dire interiorizzare, vuol dire superare un trauma, combatterlo, o quanto meno doversi confrontare con esso. Mica banale. Anzi. Determina un percorso, tortuoso e foriero di ulteriori dolori. Capire, per crescere, per migliorarsi, per evitare che capiti di nuovo. Non penso che Leopardi sarebbe diventato tale se avesse avuto una vita serena. Come non penso che D'Annunzio potesse sentire lo stesso impulso di autocelebrazione se avesse avuto una crescita equilibrata...
A volte non è facile scrivere. Può essere complicato. Ci si vorrebbe esprimere, ma come in certi sogni non riesci a urlare nonostante ne abbia l'assoluta esigenza. Un urlo strozzato e doloroso. Un urlo che sa di richiesta d'aiuto.
Di Marco (del 14/03/2010 @ 16:40:25, in Filosofia, linkato 17 volte)
Il futuro è una strada poco illuminata.
Ogni tanto trovi qualche lampione, ma il più delle volte brancoli nel buio. Pensi che il tuo percorso sia tracciato, in verità il sentiero si crea passo dopo passo. Si può interrompere, può finire in un vicolo cieco, può avvilupparsi su se stesso, può anche portare da nessuna parte. Ti muovi, quello sì.
Mi ricorda una recente vacanza in quel di Ferrara (da cui è tratta la foto qui sopra). In Ferrara la parte più antica è il castrum, ovvero quel che resta dell'insediamento di epoca romana: poche vie a ferro di cavallo che ti fanno girare in tondo e, se sei un minimo distratto, ti ritrovi dopo un po' sempre nello stesso punto.
Certo, quando hai un obiettivo davanti a te, molto netto e delineato, il percorso non è poi così difficoltoso. magari lungo, magari arduo, quello sì. ma hai bene in mente la tua destinazione finale. Perché la prefiguri, la vedi davanti a te. E' così a scuola (con i cicli scolastici: prima le elementari, poi le medie, poi le superiori, infine la laurea). Quando inizi a lavorare, questi obiettivi sono un po' sfumati: non ci sono scadenze temporali definite. a lavoro puoi pensare a un avanzamento di carriera, a una differente posizione, ma è difficile stabilire a priori un ciclo. E nella vita privata è ancora peggio, forse. Ormai il matrimonio è un evento così poco sentito che è stato di fatto svilito delle sue implicazioni. I figli sono un gran bel cambiamento, ma non è che puoi "pianificarli". Così, ti ritrovi ad andare avanti a tentoni, cercando di fare del tuo meglio, sperando che le tue azioni ti possano portare o in una zona dove c'è più luce, o dove l'orizzonte non sia così indefinito.
Ma, di fatto, brancoli sempre nel buio. E l'unica speranza che hai è di trovare un compagno di viaggio con cui condividere le reciproche avventure.
Di Marco (del 05/03/2010 @ 16:18:52, in Filosofia, linkato 20 volte)
Shadows of the sun
Avere la testa tra le nuvole, o avere le nuvole in testa. Sognare, o essere confusi. Comunque, non vederci chiaro. Nuvole... clouds. Francamente un po' invidio chi professa di avere le idee nette, precise. Sarà capitato anche a voi di incontrare persone che hanno un obiettivo preciso nella vita, che ovviamente non è uno slogan del tipo: "essere felice". Chi ha fame cerca potere, successo, amore, i soliti cliché. Chi vive guerre dentro di sé, cerca pace, normalità, tranquillità. Riscatto, da una vita di sofferenze, da una situazione di disagio, da una impasse particolare.
E poi, c'è chi come me vive una vita tra le tante, con problemi tra i tanti, e si scopre non poi così diverso da milioni di persone con cui sfiora la propria esistenza senza mai incontrarla veramente. Invidio chi riesce ad avere una luce in fondo al proprio tunnel esistenziale. Invidio chi procede nel corso della vita con passo fermo e determinato. Io mi trovo invece a invocare un Diogene, o un qualche cartello che mi indichi la direzione giusta da intraprendere. Il rischio è che, a non prendere strade, a non volerne imboccare nessuna per non precludersene altre, non si faccia altro che perderle tutte. E' come se fossimo all'aeroporto e avessimo a sinistra e destra tutti i gate d'imbarco, con in mano un biglietto aereo aperto per tutte le destinazioni. All'inizio, veramente non hai che l'imbarazzo della scelta. Il problema è che ti trovi su un tapis roulant e a ogni secondo di incertezza non solo salti i gate d'imbarco, ma gli aerei si staccano dalla piattaforma e spiccano il volo. senza ovviamente te a bordo. Col rischio di ritrovarti, d'un tratto, a vagare nel terminal con quel biglietto ormai diventato perfettamente inutile. Così, invece di avere il problema di scegliere la migliore destinazione, ti ritrovi nel rimpiangere tutte quelle che hai perso.
Di Marco (del 22/02/2010 @ 20:45:07, in Filosofia, linkato 22 volte)
Ti amerò per sempre, ma non ti amo più. Sembra un ossimoro, ma è qualcosa che può capitare. E capita. E quando sei vittima e carnefice, è ancora più vero di quanto tu possa mai immaginare. E' incredibile come una persona si possa trasformare da un giorno all'altro, ai tuoi occhi. Un giorno sei x, e qualche ora dopo sei y. Oscilli tra l'incredulità, l'ingenuità nel quale sei precipitato, chiedendoti come puoi non essertene mai accorto in passato, come puoi non aver visto. Ti dai dello stupido, del cieco. ma poi pensi di essere stato soltanto preso in giro. E allora trovi nella paranoia un valido appoggio: ha giocato con me, in realtà niente di tutto ciò era vero. Cosa può essere capitato, cosa può essere successo... in fondo, ciascuno di noi cerca la felicità. Non fa male per cercare di farlo, cerca solo un po' di pace. Per scappare dai propri demoni, per sfuggire dalle proprie ansie, per ricercare quell'angolo di silenzio e serenità che così raramente riusciamo a trovare nei nostri lunghi e faticosi giorni.
Ma quando invece sei tu la causa e l'effetto, quando sei tu ieri e domani... sei l'omicida e la vittima. Hai appena ucciso te stesso, e sei rinato sotto una nuova veste, irriconoscibile agli occhi di chi amava "l'altro". L'altro, già, proprio lui. quello che era scintillante, ed era soprattutto "tuo". Ora invece ce n'è un altro, e tu non sai davvero chi possa essere. Proprio ti sforzi nel cercarlo, in quegli occhi, ma fatichi a trovarlo. Ti trovi di fronte, nella stessa persona, chi ha ucciso i tuoi sogni e fatto nascere i tuoi incubi. E tu, dentro di te, sai di avere quella parte limpida, ma anche quella anima oscura. Purtroppo non c'è rimedio, una volta manifestatasi, la parte oscura non se ne andrà. Non c'è modo di contrastarla, ormai sai che c'è. Prima, potevi vivere nell'illusione che non esistesse. Ma ora... no, ora non puoi nemmeno fingere.
Ti amerò per sempre. Perché amerò per sempre quella persona che ho conosciuto e per cui mi sono innamorato. Resterà sempre con me. Ma non ti amo più, perché ho visto chi sei, ho visto the dark side of the moon.
E' probabile che vi siate trovati, prima o poi, di fronte a un bivio. Qualunque esso sia. Tipicamente, si tratta di decidere tra un "SI" e un "NO". il "NI" non è contemplato. Come a una strada che si biforca, bisogna scegliere se andare a sinistra, o a destra. E la "non scelta", in realtà, diventa di fatto una "caduta" verso una delle due parti. La vita, come direbbe il filosofo Heidegger, ci porta sempre a dover prendere decisioni di questo tipo. Dal punto di vista ipotetico, dovremmo essere bravissimi nell'affrontare queste problematiche: avendo già vissuto in passato drammi di questo tipo, uno in più non dovrebbe certo allarmarci. Scopriamo, invece, che ogni nuovo interrogativo è profondamente differente da quelli già vissuti, e la nostra esperienza non è riproducibile o riutilizzabile in questa nuova prova. La saggezza dovrebbe portarci a vivere con maggiore serenità certe problematiche, e invece restiamo basiti dalla nostra giovinezza e inesperienza su questo nuovo fronte. Può essere il bello della vita, ma può anche essere la croce che dobbiamo portare: la tensione di un errore, che potrebbe generare problemi non solo sulla propria vita, ma anche su quella altrui, diventa a volte insostenibile. E la consapevolezza di poter generare dolore, sofferenza, come anche gioia e felicità, in chi ci sta accanto, costituisce un ulteriore fardello dal quale fatichiamo a estraniarci. Logica e morale, coscienza e sentimento, in un mixer frullano i nostri pensieri che ne escono per lo più confusi e spaesati.
Le risposte possono essere molteplici: di solito ci si affida a una guida, a un esempio che possa portarci a guardare con ottimismo al futuro, a quello che verrà. Può essere la religione, può essere un nostro mito, può essere anche una canzone, o un film. Ognuno ha il suo feticcio in tasca, che tira fuori all'occorrenza, sventolandolo davanti agli occhi del babau che ha di fronte. Cortocircuito delle nostre menti, training autogeno della nostra vita. Vorremmo già vedere come sarà, non sarebbe male vivere una simulazione 3D del nostro ipotetico futuro, come in un film stile Sliding Doors girato in tecnologia Avatar. Ma non è così, purtroppo. non è così.
Cosa fare? Ragionassimo come un vulcaniano (--> Star Trek), prenderemmo la scelta più logica. Se dessimo priorità ai sentimenti, ci faremmo guidare dal nostro cuore.
Non ci sono risposte giuste, solo fortuna, intuizioni e grandi errori.
Di Marco (del 05/01/2010 @ 09:52:01, in Attualità, linkato 21 volte)
Torino, ex capitale d'Italia. Torino, così bella perché circondata da un arco naturale: le Alpi da una parte, la collina dall'altra. Torino, che rispetto a Milano è molto meno ventosa, grazie proprio alla sua posizione. Torino, che avrà in regalo, dall'attuale amministrazione, un bellissimo inceneritore. Uno di quelli che ci salverà dalle tonnellate di rifiuti che ogni giorno produciamo. Grazie, per questo fantastico regalo. Anche perché verrà costruito vicinissimo ai centri abitati, al Gerbido. ormai, un quartiere della città. Così, potremo beneficiare delle microparticelle che verranno espulse dalla torre, e che non verranno disperse dal vento che non c'è, così da poter respirare il nostro bel tumore di stato, mangiare la verdura contaminata, assorbire in quantità i veleni. Mentre in quasi tutto il centro città la differenziata non esiste, mentre non c'è cultura nella riduzione degli sprechi, non c'è adeguata informazione sull'importanza del riutilizzo, non c'è una vera politica di contenimento degli imballaggi, del superfluo, del nocivo.
Mi chiedo se posso chiedere i danni all'Amministrazione. E noi, cittadini, non possiamo fare niente per evitare questo disastro.
Di Marco (del 26/12/2009 @ 11:50:09, in Cinema, linkato 87 volte)
Trailer del film "Sherlock Holmes"
Il protagonista dei romanzi di sir Arthur Conan Doyle mi ha accompagnato per tutta la mia infanzia, grazie a mio padre che mi ha voluto trasmettere la sua passione. I film passati hanno sempre visto Holmes come un investigatore riflessivo, sofisticato, talmente "elevato" nella sua intelligenza da sembrare quasi un marziano. Guy Ritchie, ovvero il regista di questo film, ha invece rivisto la figura di Sherlock Holmes, più "terreno", abituato allo scontro fisico, alla lotta, ai corpo a corpo, tant'è che non disdegna qualche capatina sui ring clandestini per scommettere su di sé e sulla sua capacità di interpretare in un istante tutto ciò che lo circonda (avversario compreso). Il film si svolge in una fantastica Londra di metà '800, all'epoca della costruzione della Tower Bridge (complimenti e chapeau al direttore della fotografia), protagonista di una delle ultime scene. Sherlock se la dovrà vedere con i massoni, e in particolare con il temibile Lord Blackwood, in un crescendo di colpi di scena e di eventi che trascina e cattura il pubblico in sala. Il film è veloce, snello, interessante, con un'ottima musica. Un film ben riuscito insomma, grazie anche allo spessore dei protagonisti (Robert Downey jr. e Jude Law nei panni del fido Watson). Sherlock Holmes qui è credibile, nonostante la rottura con il cliché perpretato nei decenni passati. E questo è già di per sé interessante. Ma quello che mi sento di premiare è l'insieme: un film ben congeniato, piacevole e con spunti interessanti. E pazienza se uno come Holmes non sia mai esistito, per quanto è bravo e "presente" in tutti i momenti che vive e racconta. Un bravo senza riserve, allora, al regista Guy Ritchie, che finalmente conosco non per l'ex marito di Madonna, ma per un valente regista.
Di Valeria (del 25/12/2009 @ 19:45:59, in Nel vento, linkato 133 volte)
Immaginare Dio significa necessariamente correre il rischio di creare un idolo a proprio uso e consumo. Ma se invece fosse possibile vederlo coi propri occhi? Se l'infinito si rendesse finito per poter essere conosciuto da noi uomini? Un tu reale e fisico, addirittura un bambino.
E' il mistero del Natale. Quello che è al centro di una bellissima riflessione del filosofo Jean Paul Sartre: non si tratta di una serie di ragionamenti, ma di una contemplazione interiore espressa in parole, quasi la materializzazione di un quadro. Uno sguardo che si sofferma su un altro sguardo: quello di Colei che più da vicino ha conosciuto questo mistero, in modo interiore e fisico: la Madonna, la madre di Gesù.
"Kissing the face of God" by Morgan Weistling " La Vergine è pallida e guarda il bambino. Quel che bisognerebbe dipingere sul suo volto è uno stupore ansioso che non è comparso che una volta su un viso umano. Perchïè Cristo è suo figlio, la carne della sua carne e il frutto delle sue viscere. Ella lo ha portato nove mesi e gli darà il suo seno, e il suo latte diventerà il sangue di Dio. E in certi momenti la tentazione è così forte che dimentica che è Dio. Lo stringe nelle sue braccia e gli dice: "Piccolo mioï". Ma in altri momenti resta interdetta e pensa: " Dio è qui ", ed è presa da un timore religioso per questo Dio muto, per questo bambino terrificante. Perchè tutte le madri si arrestano a momenti davanti a questo frammento ribelle della loro carne che è il loro figlio, e si sentono in esilio davanti a questa vita nuova che è stata fatta con la loro vita e che è abitata da pensieri estranei. Ma nessun figlio è stato più crudelmente strappato a sua madre, perchè egli è Dio e supera da ogni lato ciò che ella può immaginare. Ma io penso che vi sono anche degli altri momenti rapidi e fuggevoli in cui lei sente al tempo stesso che Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio. Lo guarda e pensa: "Questo Dio è il mio bambino, Questa carne divina è la mia carne. Egli è fatto di me, ha i miei occhi, e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi assomiglia. E' Dio e mi assomiglia". Nessuna donna ha avuto in tal modo il suo Dio per sè sola, un Dio piccolino che si può prendere tra le braccia e coprire di baci, un Dio tutto caldo che sorride e che respira, un Dio che si può toccare e che ride. Ed è in uno di questi momenti che io dipingerei Maria, se fossi un pittore. "
(Jean paul Sartre, "Bariona o il figlio del tuono")
Di Valeria (del 22/12/2009 @ 12:45:46, in Nel vento, linkato 21 volte)
(fonte: flickr)
Dall' immagine tesa
Dall' immagine tesa vigilo l'istante con imminenza di attesa e non aspetto nessuno: nell'ombra accesa spio il capanello che impercettibile spande un polline di suono e non aspetto nessuno: fra quattro mura stupefatte di spazio più che un deserto non aspetto nessuno: ma deve venire; verrà se resisto, a sbocciare non visto, verrà d'improvviso, quando meno l'avverto: verrà quasi perdono di quanto fa morire, verrà a farmi certo del suo e mio tesoro, verrà come ristoro delle mie e sue pene, verrà, forse già viene il suo bisbiglio.
(Clemente Rebora)
Quando si è bambini la vita è costellata di attese che sprizzano felicità: un regalo, la prospettiva di un gioco da fare o una semplice fiaba da ascoltare…Il cuore sa stupirsi, vive la propria vulnerabilità come un trampolino verso la speranza e non come un peso. Attendere è soprattutto gioia, anche se può significare soffrire per essere capaci di accoglierla come un dono grande. “Attendere: ovvero sperimentare il gusto di vivere”. Cosi scriveva don Tonino Bello, vescovo di Molfetta, morto nel 1993. E spiegava: “La vera tristezza non è quando, a sera, non sei atteso da nessuno al tuo rientro in casa, ma quando tu non attendi più nulla dalla vita. La vita allora scorre piatta verso un epilogo che non arriva mai, come un nastro magnetico che ha finito troppo presto una canzone, e si srotola interminabile, senza dire più nulla, verso il suo ultimo stacco." Certo nella vita sono molte le attese che non trovano compimento. E di fronte alle delusioni si può smettere di sperare e di credere che il futuro possa riservare ancora qualcosa di bello; quante volte accade questo. Nonostante tutto, però, anche nel buio, il cuore può conservare la capacità di sognare, di sperare, di attendere.
E' ciò che descrive la poesia. Il buio di una stanza, illuminato dalla luce di una lampada: un ‘”ombra accesa” (ma può un'ombra essere accesa? Forse solo quando è una luce interiore a illuminarla...). Il poeta è solo, lo immagino mentre scopre la sagoma della propria ombra proiettata sul muro. Ecco quell’"immagine tesa”: la sua persona che è come in allerta. Non c’è nulla da aspettare, egli lo sa bene; nessun arrivo in programma. E infatti lo ribadisce più volte: “Non aspetto nessuno”. Eppure qualcosa dentro di lui non può impedirgli di vegliare: "vigilo l’istante". Un atto di resistenza, come quella appunto di chi veglia nella notte in attesa dell’alba, e deve combattere contro il sonno che potrebbe sottrargli lo spettacolo imminente. Resistenza, sì: attendere non è passività. E’ come un’esigenza del cuore, un bisogno che si fa strada insopprimibile nonostante le considerazioni realistiche che invitano a smettere di aspettare. Non si sa chi deve arrivare. Ciò che è certo, però, secondo la poesia, è che porterà un’immensa felicità, la consolazione a ogni sofferenza: "verra quasi perdono/di quanto fa morire/ verrà a farmi certo del suo e mio tesoro"/ve,rrà come ristoro/ delle mie e sue pene". E' quasi un’attesa al di là di ogni altra attesa. Preludio di un incontro importante, eppure così silenzioso, come un germoglio che sboccia non visto, nella terra arida. Un ospite grande e insieme così piccolo da passare inosservato, colui che deve arrivare. Piccolo come un bambino.
Proprio a un bambino mi fa pensare questa poesia, oggi, a pochi giorni dal Natale. Un bambino speciale che porta con sé la speranza e la vita; la risposta al bisogno di senso che c’è nell’uomo e l’acqua viva che disseta la sua sete d’amore. Dio stesso: un Dio che si fa vicino soprattutto nel buio; il buio della sofferenza, della solitudine, della morte. Il regalo dal quale ogni altro regalo trae significato. Un bambino che viene per nascere nei cuori di tutti coloro che rimangono in attesa di Lui, anche di quelli che non aspettano più nessuno. ”Verrà, forse già viene, il suo bisbiglio".
Di Marco (del 20/12/2009 @ 10:43:19, in Cinema, linkato 29 volte)
In questi giorni di particolare freddo, mi è capitato di prendere la macchina qualche volta di più del consueto, tanto per sfuggire a queste temperature polari. Ad accompagnarmi, ovviamente, l'immancabile radio, che oltre agli inesauribili spot pubblicitari (come starne senza...) e agli stacchi musicali, forniva informazioni di carattere generale e qualche consiglio per andare al cinema. Ora non so chi fosse al microfono in quel momento, però lo speaker presentava il film di Pieraccioni dicendo che il buon Leonardo, dopo un inizio scopiettante della sua carriera, aveva avuto un periodo di flessione, con film non all'altezza dei precedenti, per poi riprendersi progressivamente. Lo speaker, infine, concludeva affermando che Io e Marilyn costituiva un "ritorno" alla comicità "garbata" e allegra del Pieraccioni che tutti noi conosciamo, con molte risate e un bel mix per 1h40' di film che scorre via sotto un canovaccio tutto sommato piuttosto semplice.
Così, trovando la coda infinita e i posti peggiori per il film di Checco Zalone (che andrò a vedere nel rituale natalizio), ho ripiegato senza problemi sul film di Pieraccioni, ed eccomi qui a commentarlo. Beh, che dire: confermo quanto ha detto lo speaker alla radio: storia molto semplice, ma un buon mix di attori (su cui spiccano Laurenti, Ceccherini, Rocco Papaleo, e piccoli cameo di Guccini, per gli appassionati del cantore emiliano). La Marilyn è veramente somigliante a quella originale (in particolare di profilo, a mio avviso), ma a me mette un po' di inquietudine. non posso non pensare a una sua vita che è scandita da eventi che celebrano quella di un'altra persona defunta 50 anni fa: assenza di personalità? finzione cinematografica applicata 24/24, 7/7 senza alcuna pausa? Anche perché una identificazione perfetta prevede uno studio approfondito e una dedizione totale (cosa che, nel film, sembra aver raggiunto ottimi risultati). Ma vale la pena annientare la propria identità a favore di un'altra? Probabilmente per lei sì (e mi auguro per lei che le soddisfazioni professionali, ed economiche, siano adeguate allo sforzo sostenuto), ma non posso pensare con un velo di tristezza alla sua non-esistenza.
Beh, chiudo qui. In definitiva, è un film decisamente gradevole che si fa apprezzare per la sua comicità non sguaiata.