Di Valeria (del 10/01/2009 @ 19:45:33, in nel vento, linkato 20 volte)
Mi chiedevo se dovessi mostrarla attraverso qualcuna delle mie foto, ma ho preferito che fosse una canzone a descriverla. Come è accaduto per me. Una strada che unisce il mare col cielo, ponte tra due distese immense di blu, fatte di onde e nuvole. "Creuza de ma" - così si chiama in genovese- una mulattiera di mare; di quelle che in gran numero solcano le montagne della Liguria.
E' stata una canzone di Fabrizio De Andrè a prendermi per mano per la prima volta lungo il percorso dolce e selvaggio di uno di questi sentieri, tra le curve scavate nella roccia, i pini marittimi, le erbe aromatiche e i fiori, la linea dell'orizzonte; la vita delle persone a cui è intrecciata. Ricordo soprattutto il forte impatto della musica, in quell'occasione; gli accordi, gli strumenti, gli arrangiamenti. La struggente, malinconica cantilena del ritornello. Era uno dei brani del concerto trasmesso in tv pochi giorni dopo la sua morte, a cui mi ritrovai ad assistere del tutto casualmente. Le immagini sullo schermo esprimevano la passione degli interpreti (Fabrizio, il figlio Cristiano). Le parole dei sottotitoli scorrevano a tradurre rapide le sonorità quasi incomprensibili, un po' portoghesi, del dialetto genovese; surreali, poetiche, ironiche e a momenti "alla deriva", ma nello stesso tempo così concrete.
E' con questa canzone che vorrei ricordare il suo autore, alla vigilia del decimo anniversario dalla sua scomparsa. Non solo perchè mi riporta a quel concerto che fu per me l'inizio di un lungo e meraviglioso viaggio alla scoperta della sua musica; ma anche perchè l'immagine della "creuza de ma" che abbraccia le immense distese del cielo e del mare mi richiama ciò che di più bello ho conosciuto di Fabrizio De Andrè: lo sguardo lucido e schietto capace di spingersi fino al confine dell'orizzonte, alla ricerca dell'infinito. Quell'orizzonte che ora immagino per lui non avere più segreti.
Creuza de ma
Umbre de muri, muri de maine' dunde ne vegni, duve l'e' ch'a ne': de'n scitu duve a luna se mustra nua e neutte n'a' puntou u cultellu a gua; e a munta l'ase gh'e' restou Diou, u Diau l'e' in pe e u s'e' gh'e' faetu niu; ne sciurtimmu da u ma pe sciuga' e osse da u Dria, a funtana di cumbi 'nta ca de pria.
E 'nt'a ca de pria chi ghe saia, int'a ca du Dria che u nu l'e' maina': gente de Lugan, facce da mandilla, qui che du luassu preferiscia l'a; figge de famiggia udu de bun che ti peu ammiale senza u gundun.
E a 'ste panse veue cose che daia, cose da beive, cose da mangia? Frittua de pigneu giancu de Purtufin,cervelle de bae 'nt'u meximu vin, lasagne da fiddia ai quattru tucchi, paciugu in aegruduse de levre de cuppi.
E 'nt'a barca du vin ghe naveghiemu 'nsc'i scheuggi, emigranti du rie cu'i cioi nt'i euggi. Finche' u matin crescia da pueilu recheugge fre di ganeuffeni e de figge. Bacan d'a corda marsa d'aegua e de sa che a ne liga e a ne porta 'nte 'na creuza de ma.
Mulattiera di mare
Ombre di facce, facce di marinaio, da dove venite, dov'e' che andate: da un posto dove la luna si mostra nuda e la notte ci ha puntato il coltello alla gola e a montare l'asino c'e' rimasto Dio, il Diavolo e' in cielo e ci si e' fatto il nido. Usciamo dal mare per asciugare le ossa dall'Andrea, alla fontana dei colombi nella casa di pietra.
E nella casa di pietra chi ci sara', nella casa dell'Andrea che non e' un marinaio: gente di Lugano, facce da tagliaborse, quelli che della spigola preferiscono l'ala. Ragazze di famiglia, odore di buono, che puoi guardarle senza preservativo.
E a queste pance vuote cosa gli dara', cosa da bere, cosa da mangiare? Frittura di pesciolini bianchi di portofino, cervelle di agnello nello stesso vino, lasagne da tagliare ai quattro sughi, pasticcio in agrodolce di lepre di tegole.
E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli, emigranti della risata con i chiodi negli occhi. Finche' il mattino crescera' da poterlo raccogliere, fratello dei garofani e delle ragazze. Padrone della corda marcia d'acqua e di sale che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare.
Di Marco (del 08/01/2009 @ 18:46:32, in Attualità, linkato 109 volte)
James Blunt in concerto a Treviso
E così, quasi senza essercene accorti, è iniziato questo pazzo 2009. Stanchi di dire che il tempo non è più quello di una volta, la perturbazione scandinava ci ha regalato una nevicata coi fiocchi che, a Torino, non si vedeva dal 1985. E me la ricordo bene, quella nevicata: talmente fitta che, davanti a casa mia, feci per la prima (e ultima volta) un pupazzo di neve. Quest'anno niente pupazzo, ma il piacere del silenzio che scende sulla città, imbarazzata da un po' di fiocchi e con il traffico in tilt, non ha veramente paragoni. Mi ha dato la sensazione di tornare a una dimensione più "umana", più naturale. Dove ho riscoperto il passeggiare tra le vie del centro, la lentezza dei movimenti, la minor frenesia degli spostamenti. Quando nevica, c'è una maggiore comprensione da parte di tutti: si giustificano di più certi ritardi, e c'è meno stress. Tranne in certe comiche situazioni, come per esempio l'assalto alla diligenza che, in questo caso, è il pullman sovraccarico di gente.
Il 2009 ci porta anche molta apprensione per il futuro: il numero di cassa integrati sta scoppiando come un bubbone pestilenziale e il carico sullo stato sociale sempre più oneroso. I neolaureati non trovano facilmente lavoro e chi ce l'ha cerca di tenerselo stretto stretto, ma non c'è ottimismo per il domani. D'altronde, i salari sono poco al passo con i costi di tutti i giorni, e acquistare una casa equivale a legarsi a un mutuo di 30 anni e più, senza avere però la certezza della continuità del lavoro (trionfando in questo periodo i contratti a tempo determinato).
Nel frattempo, si avverte una discrepanza sempre più forte tra "chi ha" e "chi non ha": la televisione ti dà l'impressione che, con un po' di fortuna, tutto è possibile (basta scegliere il "pacco" giusto e 500mila euro ti sono di diritto), basta essere colpito dalla dea bendata di una telepromozione e voilà, il trucco è fatto. L'economia, come la televisione, è distorta, come la realtà attraverso un vetro smerigliato: sembra quello che non è. In più, basta voler vedere quello che vogliamo (secondo i nostri gusti e desideri) ed ecco che tutto combacia alla perfezione.
Ho messo la foto di James Blunt perché il 2009 deve essere anche l'anno della bellezza: in mezzo alla guerra Palestina Israele, alle minacce dei rubinetti del gas chiusi, alla recessione, all'inquinamento, alla solitudine, alle malattie, a tutti gli aspetti angosciosi e negativi dell'esistenza umana, possiamo (e dobbiamo) trovare anche dei piccoli momenti in cui il genere umano e la sua piccola permanenza in questo pazzo pazzo mondo sono pieni di bellezza. Per me, la musica è la testimonianza che qualcosa di più c'è in questo universo: qualcosa che resta, che aleggia sopra di noi, dentro di noi, attorno a noi, e che ci consente di sopportare tutto il peso delle atrocità, piccole o grandi, che costellano la nostra vita. A novembre andai al concerto di James Blunt, prendendo lui come riferimento anche per quanto ho scritto nei giorni precedenti. Se, infatti, ogni occasione è buona per cambiare, è solo dalla forte spinta interiore che il cambiamento avviene per davvero. E James Blunt è perfetto per spiegare quello che ho in mente: nel 1999 era arruolato presso l'esercito britannico, fedele alle consegne impartite dal papà (che se non sbaglio era a sua volta un alto grado). Stava facendo cioè la consueta trafila per una carriera nel corpo militare. Ma dentro di se sapeva, sentiva, che il suo destino sarebbe stato diverso: molla così tutto e si mette a scrivere sul serio, dando alla luce, ben 6 anni dopo, il primo album (All the lost souls). Poteva stare comodamente nell'esercito, e strimpellare la chitarra per passione, un po' come faccio io (con meno convinzione e, ovviamente, inferiori risultati) con la fotografia. E invece no: si è guardato allo specchio, e ha detto: ci devo provare, ci voglio provare! E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.
C'è un'espressione inglese molto felice: make things happen. Fai in modo che le cose avvengano. Ma fai: cioè, ricordiamoci che siamo noi a far muovere gli oggetti. E buon 2009 a tutti.
Di Marco (del 05/01/2009 @ 11:06:37, in Filosofia, linkato 23 volte)
home page di flikcr
In questi giorni di festa, in cui mi sono anche preso un po' di influenza, mi sono "goduto" casa mia, complice anche il freddo intenso che imperversa su Torino. Strade ghiacciate, qualche spruzzo di neve nella notte, e il gelo che penetra dalle finestre del mio appartamento, consigliandomi di coprirmi un po' di più e di rintanarmi al calduccio del divano sotto una bella coperta di pile, davanti a un bel film. Sì, insomma, sono diventato un po' l'"homus casalingus", una nuova forma di genere umano: il pantofolaio degli anni '60. Che, dopo la prematura dipartita di Charlie (vedi post precedente), vive sul bordo delle precarie condizioni igieniche (no... sto scherzando: c'è solo un po' di caos in casa, ma a quello si rimedia con un po' di buona volontà. E la buona vecchia scopa fa sempre il suo dovere e non ti tradisce mai...). In compenso, mi sono rifatto un po' di cultura cinefila (ah, quanto adoro il cinema!) e mi sono rimesso a vedere un po' di fotografie. Soprattutto su uno dei siti web principe per la fotografia, il "facebook" dei fotografi: flickr. Flickr l'ho scoperto solo di recente (circa un anno fa), grazie a un mio collega che aveva un account sul sito e che esclamò: "ma come! tu fai fotografia e non conosci flickr?!?". Ecco, così conobbi flickr. Ed, effettivamente, è stata una incredibile sorpresa. Al di là del fatto che è una fonte di ispirazione inesauribile, è anche un fantastico contraltare alla propria supponenza: basta andare a farsi un giro per il sito, e scoprire quanto abbiamo ancora da imparare sulla tecnica fotografica. Ed è sempre così: più impari, più cose vedi, e più ti rendi conto che hai ancora tanta, tanta, tanta strada davanti a te. Per essere accettabile, mica una star. Sto esagerando? No, non credo proprio. Un grande fotografo riesce a rendere uno scatto fantastico anche in presenza di un soggetto debole: tutti sono più o meno capaci di grandi fotografie di fronte a uno scenario di per sé eccezionale (il massiccio del Monte Bianco, Portovenere al tramonto, Innsbruck innevata, tanto per fare qualche esempio), ma pochi riescono a rendere interessante una semplice tastiera del computer, un orologio, un tavolo da lavoro, una tapparella. Questo è il genio, questa è la vera capacità: rendere straordinario l'ordinario, vedere ciò che il 95% della società non vede. E comprendere i propri attuali limiti ci porta a essere un po' più umili e ad apprezzare il prossimo: non sono proprio tutti scemi quelli che incontriamo, e non è detto che siano più fessi di noi quelli con cui abbiamo a che fare. Ci vuole innanzitutto rispetto, e tentativo di comprensione: solo partendo da questo presupposto possiamo intraprendere un discorso che ci porterà a elevarci, entrambi, a una dimensione maggiore.
Crescere vuole dire, fondamentalmente, confrontarsi. E confrontarsi vuole dire accettare, anche inconsapevolmente, che il nostro prossimo possa essere migliore di noi. D'altronde, un mostro sacro come Michael Jordan diceva: "prima o poi, troverai sempre qualcuno più forte di te". Lui ha dovuto cercarlo nel baseball (obiettivamente, nel basket non ha avuto rivali: nella sua era, è stato senza dubbio lui il più forte, il più completo).
Così, flickr mi ha aperto nuove prospettive: è free, puoi vedere un sacco di foto, su praticamente tutti gli argomenti che ti possano venire in mente, e apprezzare una qualità del risultato assolutamente eccezionale. Flickr è una moderna, e accessibile, galleria fotografica, probabilmente la più fornita e completa del mondo. Via, mi sbilancio: Flickr è il Louvre del 2000! Più del Louvre: si dice che metà delle opere presenti nel famoso museo siano inaccessibili per mancanza di spazio espositivo. Su Flickr, invece, è solo il tempo a disposizione il limite per vedere tutte le opere ivi contenute. E, quanto di meglio si possa avere, non c'è nessuno, dico nessuno, che possa decretare, all'infuori di noi (del nostro gusto, della nostra sensibilità, del nostro piacere), la bellezza di una foto visualizzata. Siamo noi gli unici critici e in questo senso possiamo, pertanto, godere appieno dell'opera senza avere influenze esterne.
Ecco, tutto questo panegirico per dire che la mia ipertecnologica, supersofisticata Canon EOS 50D ora me la devo meritare per davvero. Studiare, studiare, studiare. Imparare tutte le tecniche fotografiche, e incominciare a realizzare qualcosa di realmente significativo. Perché sennò quelle pitture rupestri verranno inesorabilmente cancellate dall'oblio del tempo, perse tra altre migliaia di scritte che si sovrapporranno nei secoli dei secoli. [amen].
Di Marco (del 03/01/2009 @ 10:50:00, in News, linkato 26 volte)
Si dice che non si possono mangiare gli animali che hanno un nome: dal momento in cui li chiami, acquisiscono una dignità che ti impedisce di pensare a loro come un succulento antipasto o la portata principale. Io ho dato il nome al mio aspiravolvere, Charlie. Charlie è stato, finora, l'unico aspirapolvere di famiglia, da quasi 40 anni. Lo stesso che, tra l'altro, ha mia nonna. Se il suo fratellino ancora vive forte e sicuro (mia nonna evidentemente lo custodisce con maggior cura...), con ancora molti sacchetti a disposizione (al momento dell'acquisto sono evidentemente stati molto accorti e previdenti), il povero Charlie ha tirato le cuoia. Ora.. a dirla tutta, era già da un po' che non stava bene: l'aspirazione non era forte come un tempo e si era preso un brutto virus: diversi animaletti si erano insediati nel suo pancino a uso dimora, cosa che igienicamente non è proprio il massimo! Se la prima malattia era stata curata con successo (era settembre), il rigido inverno piemontese si è mostrato fatale, causando una rottura nelle guarnizioni interne e un proliferarsi di nuovi animaletti... maledetti!!!
Beh, questa è la storiella. Ma vi ho raccontato del mio aspirapolvere non tanto per riempire un vuoto di notizie, quanto perché mi consente di ragionare insieme a voi sul nuovo anno e su ciò che ci lasciamo dietro e ciò che abbiamo davanti. Detto che la mezzanotte del primo gennaio 2009 è soltanto una convenzione e quest'anno, a differenza degli anni passati, non mi sono prodigato in promesse, voti, intenzioni, desideri, ambizioni, mi piacerebbe sentire il vostro parere su quanto siano importanti i simboli nella nostra vita. ovvio, non è un argomento leggero, ma spero che, col tempo, potremo sviscerarlo in tanti rivoli. il tempo, per fortuna, non ci manca (almeno spero). Molti sfruttano la convenzione del nuovo anno per sentirsi "nuovi", per ricominciare sotto nuove spoglie, per rinnovare un'energia che sembra progressivamente scemare nel corso dell'anno solare. E così, in prossimità dello scoccare dei dodici rintocchi, ecco che si rinnovano desideri, sogni e quant'altro, con la speranza e l'obiettivo di essere migliori (o di avere qualcosa di meglio) dell'anno che ci stiamo per lasciare alle spalle. Con gli anni, mi sono notevolmente "raffreddato" riguardo questo tipo di "simbologia": per molti, per esempio, un tatuaggio deve costituire un elemento di svolta molto forte, e come tale viene utilizzato per identificarsi (a un gruppo, a un'ideologia, a un pensiero, o semplicemente a un evento) e sancire un passaggio. D'altronde, sembra che le pitture rupestri, e l'arte in generale, siano un modo per esorcizzare la morte: essendo noi destinati a perire trasformandoci in polvere, un dipinto, una foto (toh), un affresco, sopravviveranno a noi, regalandoci un'illusione di immortalità. Se infatti la memoria della persona si affievolirà progressivamente nel corso di due generazioni, saranno le nostre opere la testimonianza del nostro passaggio in questa terra.
Quindi... anno 2009, sarà vero rinnovamento? E in cosa vorremmo cambiare? Detto che il cambiamento può avvenire ogni giorno, che siano anche benvenuti i "feticci", purché ci consentano di trovare una dimensione in questa terra nel breve tempo che abbiamo a disposizione. Buon anno a tutti..
Di Marco (del 26/12/2008 @ 17:30:00, in Attualità, linkato 55 volte)
Buon Natale. Di cuore. Qualsiasi significato vogliate dargli. Al Natale. Sento da molti che il Natale è un momento che genera ansia e difficoltà, vittima com'è del consumismo più sfrenato, che fa passare in secondo piano il suo vero significato, ovvero di celebrazione della nascita. Già, la nascita... ma nascita di chi? O nascita di cosa? Mi sono posto molte domande, soprattutto di recente. Natale ormai è la festa dei negozi, che fanno più affari in questo periodo che in tutto il resto dell'anno. W il Natale, diranno sicuramente loro. Se si potesse, per il commercio si stabilirebbe anche una festività a giugno, di modo da avere due periodi di incassi garantiti. Purtroppo si devono accontentare di San Valentino, di Pasqua e, di recente, di Halloween, oltre ovviamente ai saldi estivi e invernali. Di fronte a questi eventi, è chiaro che uno pensa ai regali e meno al motivo originario. Già.. e torniamo alla domanda di cui sopra: nascita di chi? o nascita di cosa? La nascita di Cristo viene portata al 25 dicembre, ma in realtà non risulta che effettivamente Cristo sia nato in quel giorno di 2008 anni fa. Perché, allora, hanno scelto dicembre come mese? Senza andare troppo nel tecnico, è ormai un fatto consolidato che la religione cristiana, quella delle origini, sia nata con la forte commistione delle religioni pagane presenti in quel periodo. Un modo decisamente ingegnoso per acquisire nuovi credenti: sulla base di una religione che prometteva la vittoria sulla morte (unico credo mai esistito, a meno della reincarnazione, che però è concettualmente diversa), e quindi di per sé molto attraente, si è cercato di "accettare" alcuni usi e tradizioni di altre culture, per far sì che lo "stacco" non fosse così forte. In questo modo, si spiega piuttosto facilmente il perché del 25 dicembre: Cristo porta luce là dove la luce non ci può essere, ovvero nella morte. E in tal senso ricorda tanto (troppo) le feste pagane della fine dell'inverno in cui, appunto, si festeggia la "morte" dell'inverno con la "nascita" della primavera. Allo stesso modo si può parlare del giorno della morte di Cristo, che riprende la Pasqua ebraica in tutto e per tutto. Se il giorno della nascita di Cristo è stato determinato arbitrariamente, è forse drammaticamente più "comico" pensare al fatto che nemmeno gli evangelisti sappiano esattamente il giorno in cui Cristo morì sulla croce: i Vangeli, infatti, sono addirittura contrastanti tra loro (sul giorno, sul modo in cui morì, sulla tumulazione e persino sulla resurrezione). Poiché la Chiesa ci dice che i Vangeli sono "Parola di Dio", è divertente pensare che nemmeno Lui si riesca a mettere d'accordo con Se stesso... Già, lo sapevate? I Vangeli sono in contrasto tra loro, e tra l'altro uno di essi (quello di Marco) fu scritto da uno che Gesù non l'aveva nemmeno conosciuto (Marco, infatti, non era un Suo apostolo).
Insomma, qui non voglio aprire un dibattito che dura da duemila anni, ma semplicemente "scagliarmi" contro una forma di ipocrisia sempre più imperante nella nostra vita, a tutti i livelli, in tutti i posti, dalla politica, alla religione, al lavoro, alle amicizie... Quello che voglio dire è che, riferendomi in particolare alla religione, se il messaggio dei Vangeli è da considerarsi (a mio avviso) assoluto e universale (nei valori e nei contenuti), ciò non si può dire su quanto gli è stato costruito sopra, che (sempre a mio avviso) lo appesantisce e lo rende, a volte, non digeribile. Mi spiego meglio: è necessario considerare Cristo il figlio di Dio per essere un buon credente? E' necessario credere nella Sua resurrezione per sentirsi in pace con sé? E' necessario andare in Chiesa ogni domenica per sentirsi un buon cristiano? La vera religione si vive ogni giorno, in ogni istante. Un buon cristiano è tale se considera sempre il suo prossimo la persona che si trova di fronte, e non un prossimo ipotetico che resta soltanto sulla carta o nei buoni propositi. Fare una vita di fede vuole dire comportarsi come se questo fosse l'ultimo nostro giorno, e onorarlo come tale: come un bene troppo prezioso per sprecarlo con insulti, rabbia, rancore, dolore.... La capacità di essere santo si sperimenta là dove è più difficile: non nelle imprese della vita, ma nella fatica quotidiana, quella che ci fa chiedere, in mezzo al traffico, o all'inizio di una pesante giornata di lavoro, il perché di tutto questo.
Cambia forse qualcosa, a noi, sapere che Cristo fu solo un uomo, un grande profeta, e non il Figlio di Dio? Non siamo forse anche noi Figli di Dio? Può essere sminuito quanto è presente nei Vangeli?
In fondo, sapere o non sapere che domani ci sarà un'altra vita, non cambia questa, se pensiamo che questa sia l'unica che abbiamo. La ricompensa del domani ci può forse aiutare nel sopportare le fatiche e i dolori di oggi, ma non la volontà e la determinazione che potremmo mettere in atto se volessimo oggi migliorare la nostra esistenza.
Ipocrisia vuole dire ignorare chi ci sta accando e pulirsi la coscienza con donazioni alle associazioni umanitarie. Il vero Natale è quello che passiamo dentro di noi: la rinascita di noi stessi come persone migliori, ogni giorno, forti degli errori del giorno precedente e della volontà di dare qualcosa di più. Il sole ce lo ricorda sempre: c'è sempre una nuova possibilità che nasce all'alba. Sta a noi coglierla.
Ci stiamo avvicinando a grandi passi a Natale. Il Natale per me è stato sempre un momento davvero speciale: al di là dell'incredibile ventata di consumismo che ha mercificato questo evento, l'idea di pensare agli altri, alle persone a te più care, di pensare a loro e di chiedersi: "ma cosa gli può servire?" e, nella maggior parte dei casi, ignorare profondamente i loro desideri, scoprendo in realtà che delle persone che ci stanno vicine conosciamo ben poco, mi ha sempre affascinato. Dare, in fin dei conti, è più bello di ricevere: ti fa sentire più leggero, ti consente di vedere nella gioia degli altri la tua gioia, quella parte di te che, forse, tendi a nascondere un po' troppo durante le tue oneste, ma piccole, giornate.
Certo, non è facile, non è facile dare. Ce ne rendiamo conto proprio adesso: allorquando dobbiamo pensare a un regalo, andiamo quasi nel panico, rifugiandoci in un prodotto generico, che "può andare sempre bene" e sul quale il nostro impegno è fondamentalmente limitato.
Beh, non importa. Piccola riflessione, un po' amara, in vista di questo Natale 2008.
Ma ora è il momento di festeggiare, no? E allora la mia canzone del giorno è un po' "particolare": non i soliti "white christmas" o "happy day", ma una più "laica" My sweet lord" del mitico George Harrison, dalle melodie un po' melanconiche. Buon ascolto, e buon Natale. Cercate di pensare un po' di più a chi avete accanto.
George Harrison - My sweet lord (1970)
My sweet lord
Mio dolce Signore
Hm, my lord
Hm, mio Signore
Hm, my lord
Hm, mio Signore
I really want to see you
Voglio davvero incontrarti
Really want to be with you
Voglio davvero stare con te
Really want to see you lord
Voglio davvero incontrarti
But it takes so long, my lord
Ma ci vorrà ancora molto, mio Signore
My sweet lord
Mio dolce Signore
Hm, my lord Hm
mio Signore
Hm, my lord
mio Signore
I really want to know you
Voglio davvero conoscerti
Really want to go with you
Voglio veramente andare insieme a te
Really want to show you lord
Voglio veramente mostrarmi a te
That it wont take long, my lord (hallelujah)
Ma ci vorrà ancora molto tempo, mio Signore
My sweet lord (hallelujah)
Mio dolce Signore (hallelujah)
Hm, my lord (hallelujah)
Hm, mio Signore (hallelujah)
My sweet lord (hallelujah)
Mio dolce Signore (hallelujah)
I really want to see you
Voglio veramente vederti
Really want to see you
Voglio veramente vederti
Really want to see you, lord
Voglio veramente vederti, Signore
Really want to see you, lord
Voglio veramente vederti, Signore
But it takes so long, my lord (hallelujah)
Ma ci vorrà ancora molto tempo, mio Signore (hallelujah)
My sweet lord (hallelujah)
Mio dolce Signore (hallelujah)
Hm, my lord (hallelujah)
Hm, mio Signore (hallelujah)
My, my, my lord (hallelujah)
Mio Signore (hallelujah)
I really want to know you (hallelujah)
Voglio davvero conoscerti (hallelujah)
Really want to go with you (hallelujah)
Voglio veramente andare insieme a te (hallelujah)
Really want to show you lord (aaah)
Voglio veramente mostrarmi a te (aaah)
That it wont take long, my lord (hallelujah)
Ma ci vorrà ancora molto tempo, mio Signore (hallelujah)
Hmm (hallelujah)
Hmm (hallelujah)
My sweet lord (hallelujah)
Mio dolce Signore (hallelujah)
My, my, lord (hallelujah)
Mio Signore (hallelujah)
Hm, my lord (hare krishna)
Hm, mio Signore (hare krishna)
My, my, my lord (hare krishna)
mio Signore (hare krishna)
Oh hm, my sweet lord (krishna, krishna)
Oh hm, mio dolce Signore (krishna, krishna)
Oh-uuh-uh (hare hare)
Oh-uuh-uh (hare hare)
Now, I really want to see you (hare rama)
Davvero, voglio proprio conoscerti (hare rama)
Really want to be with you (hare rama)
Voglio veramente stare con Te (hare rama)
Really want to see you lord (aaah)
Voglio veramente vederti, mio Signore (aaah)
But it takes so long, my lord (hallelujah)
Ma ci vorrà ancora molto tempo, mio Signore (hallelujah)
Di Marco (del 18/12/2008 @ 10:31:57, in News, linkato 1929 volte)
Questa mattina l'Eurostar ha deciso di partire con dieci minuti di ritardo... poco male, anche nelle situazioni negative si possono trovare piccole pieghe positive. Così, con la mia fedele Lumix (che mi porto sempre dietro, piccola e discreta com'è), mi sono addentrato nei 2 nuovi binari da pochissimo inaugurati della stazione sotterranea di Torino Porta Susa.
Premessa (utile per chi non è di Torino): la stazione di Porta Susa è quella di riferimento per i viaggiatori diretti verso est (ovvero: Milano) e verso le montagne (ovvero: Bardonecchia, Parigi). Degli iniziali 6 binari in superficie, da anni questi sono ridotti a 3 (e ora a 2) per fare spazio al famoso "passante ferroviario" che prevede l'interramento di tutta la tratta che, fino a poco tempo fa, tagliava in 2 buona parte della città. La presenza della metropolitana e il collegamento con l'Alta Velocità faranno diventare Porta Susa come lo scalo principale di tutti i collegamenti (visto che ora, per andare a Bologna, si deve quasi necessariamente passare da Milano: ormai è sotto gli occhi di tutti la scelta, politica ed economica, di fondare il sistema Italia sull'asse Roma Milano, con buona pace di Genova, Venezia, Torino, ecc.).
Detto questo, stamattina per l'appunto sono sceso curioso di vedere come sarà la nuova stazione: l'appeal è stile metropolitana di Torino, con un grigio molto austero e sobrio (in perfetta linea sabauda) che la fa da padrone, pannelli di segnalazione blu nello stile Trenitalia, schermi LCD per i convogli presenti sui binari e dettaglio partenze/arrivi.
Lo spazio tra il muro e la sede dei binari non è molto vasto, come si può vedere dall'immagine qui sopra; in compenso, la galleria è decisamente luminosa e le indicazioni ben evidenziate.
In una rientranza sono state installate delle panchine per i viaggiatori in attesa (ne sono state messe poche perché questi binari dovrebbero essere dedicati al trasporto locale, per cui immagino si prevedano pochi minuti di sosta, a mo' di metropolitana cittadina). Belli, a mio avviso, gli inserti delle immagini di Torino sui muri del corridoio, invece delle solite pubblicità (ma prima o poi arriveranno anche quelle).
Un'ultima osservazione, un po' amara: le scale mobili riportano, ai piedi della salita, il marchio "Thyssen Krupp": certo, gli appalti sono iniziati ben prima dell'incendio dell'anno scorso. Ma fa comunque un certo effetto vedere impresso il marchio di una società che ha profondamente ferito l'immagine di Torino.
Dopo un sacco di tempo riprendo la rubrica "canzone del giorno". Da quando è uscita la canzone che vi presento, non faccio altro che sentirmela nella testa... bellissima. Una ballata in perfetto stile Oasis, che si porta dietro una vena di malinconia, nata sull'onda dell'omaggio a John Lennon, che non sta riscuotendo, a mio parere, tutto il successo che merita, tant'è che non è nemmeno entrata nella top 10 inglese. Qui di seguito, come al solito, la traduzione, e sopra il video. Una piccola nota: non sono convinto della traduzione della seguente strofa: Out to sea / It's the only place I am asleep Io l'ho tradotta in modo letterale, ma cercando sul web ho trovato traduzioni molto più "coraggiose". mah...
Di Marco (del 15/12/2008 @ 10:56:08, in Sport, linkato 61 volte)
Ho temporaneamente abbandonato gli "Amarcord" perché non avevo più tempo per scrivere, e poi anche un po' per scaramanzia (sia mai che, limitando i ricordi pre-partita, si sovverta il trend negativo di quest'anno). Ma, come tutte le credenze e le usanze (e tra breve aprirò un bel post al riguardo), questi ragionamenti tendono miseramente a fallire. Voglio però contribuire ugualmente ad analizzare la partita di Bologna (che mi ha visto presente sugli spalti e, al di là del risultato finale, mi sono divertito lo stesso), sia mai che dalle mie riflessioni Cairo, Pederzoli e Novellino non traggano qualche spunto... In fondo, l'Italia non è fondata sui direttori tecnici??? ;-D
Per poter parlare "serenamente" della partita di Bologna, è necessario innanzitutto dimenticarsi del risultato: pensando solo al punteggio quasi tennistico, verrebbe da dire: "il risultato parla da sé". Ma, in qualche modo, non terrebbe conto del match nel suo complesso. Allora, cari lettori, dimenticatevi per un momento del 5 a 2, e proseguite. Il Toro marchiato Novellino inizia sostanzialmente come il Toro tragato De Biasi, con qualche piccola differenza: Diana a destra davanti a Colombo, e Abate spostato a sinistra davanti a Pisano. Per il resto, stesso centrocampo (Dzemaili supportato da Barone), stessa difesa (Natali supportato da Pratali), attacco con Amoruso e Bianchi per Stellone. Di fatto, il 4-4-2 con di fatto gli stessi interpreti: d'altronde, non ci si poteva aspettare molto di diverso, visti i 3 soli giorni a disposizione del mister. L'inizio partita è incoraggiante: il Bologna, compatto e corto, cerca di sfruttare la velocità di Marazzina e Di Vaio, che preferiscono essere imbeccati con lanci trasversali e lunghi dalle fasce, e dalle incursioni laterali (in particolare di Valiani, che si sovrappone a Di Vaio). Per il resto, il centrocampo felsineo soffre un po' la dinamicità granata con Barone e Dzemaili che riescono a tenere bene il campo. Il vantaggio del Toro arriva al primo vero tiro in porta, grazie alla prontezza di riflessi di Barone e dallo stacco perentorio di Bianchi. 1a0, e la partita si mette bene. Il resto del primo tempo è uno sterile tentativo di aggiramento della retroguardia granata, puntuale nel rimbeccare gli assalti con Natali e Pratali incisivi e concentrati, e da qualche scorribanda granata, data sopratttutto dalla vivacità di Abate (che progressioni!) e dai buoni inserimenti di Dzemaili, che rischia il primo gol italiano su una sua iniziativa centrale. L'impressione è che, se il gol felsineo debba arrivare, il Bologna possa segnare più per gol "di confusione" che per azioni studiate o schemi tattici. Da rivedere la posizione di Colombo, un po' troppo svagato e propenso all'attacco piuttosto che alla copertura degli avanzamenti di Diana. Riposo: negli spalti granata c'è ottimismo, c'è la voglia di crederci. Nel frattempo, si scalda Volpi: chiara l'intenzione di Mihajlovic di contrastare meglio Dzemaili per limitare le geometrie granata. E non ci vuole molto, al Bologna, per sovvertire il risultato: affondo di Volpi, azione confusa, deviazione fortunosa di Pratali e palla in rete: inizia il calvario. Come si temeva, la squadra inizia ad accusare qualche calo di concentrazione. Per fortuna abbiamo un Barone motivato, che ruba con caparbietà una palla sulla nostra trequarti, spinge verso destra e detta un passaggio in profondità per la progressione di Abate che converge verso il centro e serve un bel pallone per Bianchi, da solo a centro area: la deviazione di un difensore in recupero spiazza Antonioli e la palla finisce in rete: grande reazione! Peccato che passa, anche qui, poco tempo perché si ristabilisca la parità: altra azione confusa, altro passaggio male congeniato da Pratali, e Di Vaio un po' sorpreso ringrazia per il gentile omaggio. Da quel momento, sarà notte fonda su tutti i reparti: nessuna azione d'attacco degna di nota, ma solo altri svarioni, alcuni allucinanti e davvero incomprensibili (che vedono protagonista, purtroppo, Sereni), con gli ultimi 10 minuti in cui i tifosi granata se ne vanno in silenzio, e il Bologna gioca al torello a 11 allucinati e completamente inebetiti.
Ora, detto degli innegabili errori della seconda parte dell'incontro, da cosa si può ripartire? Come si può iniziare nuovamente il campionato e tentare di risalire la china della classifica? a mio avviso, ci si può dividere in due: inaffondabili ottimisti o delusi pessimisti. Vediamo le ragioni di entrambi. Pessimisti La classifica dice 12 punti, terz'ultimo posto, seconda peggiore difesa del campionato, tre sconfitte consecutive con 10 gol subiti. L'attacco al solito non punge, la difesa è un colabrodo e Sereni, l'anno scorso punto saldo, incomincia anche lui a scricchiolare. Di peggio, c'è la distanza (8 punti) dalle squadre in lotta per la salvezza: Cagliari, Siena. Se si considerano 40 punti come quota per la tranquillità, vuole dire che bisogna fare un girone di ritorno da 28 punti (dato che risulta difficile, messi come siamo, fare punti con Napoli, Genoa e Roma): ovvero, fare la seconda parte del campionato a ritmo Uefa (guardate chi c'è adesso a 28, e fatevi qualche calcolo). La salvezza, a questo punto, è veramente complicata, anche a fronte di inserimenti nel mercato di gennaio: qui sembra più un problema di squadra che di singoli, manca probabilmente il carattere e la determinazione nell'uscire dalle situazioni di svantaggio, oltre che nel limitare la paura di vincere (visto che quest'anno ci siamo fatti recuperare nel giro di qualche minuto, vedi Catania, Milan e, appunto, Bologna). Come mettere mano, perciò, a una crisi più strutturale che altro? il verdetto, perciò, è eloquente: quest'anno si rischia seriamente la retrocessione, a meno di harakiri di Lecce, Reggina e Chievo che abbiano un girone di ritorno altrettanto disastroso del nostro.
Ottimisti La squadra ha qualità maggiori rispetto all'anno passato: rivedendo velocemente le partite fin qui disputate, a parte gli ultimi 3 incontri non c'è mai stata una differenza marcata nelle prestazioni. Il Toro non ha sfigurato nemmeno contro Lazio e Inter, ha fermato il Milan (e avrebbe potuto vincere) e ha perso punti quando, con maggiore attenzione, avrebbe potuto raccogliere il bottino pieno. In più, c'è stata obiettivamente un po' di sfortuna, vedi i 5 (5!) gol annullati e completamente regolari. Guardando la classifica, è vero che siamo 8 punti dietro Cagliari e Siena, ma il Lecce quart'ultimo è a un solo punto e, dovessimo giocarci un campionato "ristretto" a 4 squadre, probabilmente siamo quelli meglio messi, in termini di qualità. Certo sarebbe un grosso rischio fare la corsa solo su queste formazioni.
In definitiva... La squadra manca di un terzino destro che dia adeguata copertura: lo si sapeva già a inizio anno, ma si sperava che Diana riuscisse a reinventarsi in quel ruolo, un po' sulla falsariga di Zambrotta: purtroppo non è stato così. Lecito, perciò, aspettarsi un rinforzo nel mercato di gennaio con, magari, qualche gradito ritorno, come per esempio Motta (che, diciamolo, non è stato un fenomeno, ma qualche garanzia in più la dà). Il problema vero, a mio avviso, è il nostro centrocampo: laddove Dzemaili viene pressato e reso "inerme" dal centrocampo avversario, il Toro tutto si spegne. Emblematiche, in questo caso, tutte le ultime partite: dai fasti contro il Milan (in cui godeva di una libertà assoluta), al secondo tempo di Bologna Torino (in cui Volpi l'ha costantemente chiuso, con il supporto del nostro ex Mudingay). Se consideriamo, poi, che ci manca un esterno sinistro puro (che dovrebbe essere Vailatti, ma che probabilmente non è adatto per la serie A) e che ci arrangiamo con fuori ruolo (Rosina, Abate, Diana, Saumel, Zanetti, Rubin), è chiaro che un altro intervento nel mercato potrebbe portarci il tassello mancante. Ma anche se così fosse, risulta sempre troppo "limitata" la presenza di due soli centrocampisti (Dzemaili più Saumel, o Barone, o Zanetti), che devono in teoria interdire e proporre. Allo stato attuale, i nostri veri registi sono Natali e Pratali (o Di Loreto), che dalle retrovie fanno partire i lanci lunghi verso le punte (che ovviamente possono fare ben poco). Mi stupisce, pensando al passato, il fatto che De Biasi non abbia proposto lo schema dello scorso anno, che bene fece nelle ultime partite: un regista difensivo arretrato (Dzemaili), due centrocampisti puri di contenimento (Saumel e Zanetti), due ali (che potevano essere a questo punto Rosina e Abate), e una punta (Stellone o Amoruso, visto l'imbarazzante stato di forma di Bianchi), mantenendo sempre invariata la difesa a 4 (Diana, Natali, Pratali e Pisano, o Rubin). Il problema della mancanza di rifornimenti alle punte è dato, a mio avviso, dalla scarsa libertà del centrocampo, sovente stritolato dalla migliore organizzazione degli avversari. In sintesi: se hai due centrocampisti, devi necessariamente appoggiarti sulle ali (ma manca quella sinistra, e sarebbe stata utile in questo senso la presenza di Di Michele); se non hai le ali, devi rinforzarti il centrocampo (e il mio sogno sarebbe avere Dzemaili e Almiron insieme). Detto che non penso che Cairo voglia spendere molto nel mercato di gennaio (fossi in Pederzoli prenderei Motta e Almiron e richiamerei Di Michele), una soluzione potrebbe essere quella di giocare con un 4-4-2 atipico, con cioè in attacco Amoruso (o Stellone) supportato da Rosina, più accentrato, più seconda punta, che parte dalla linea dei centrocampisti per poi scatenarsi nelle sue progressioni: questo consentirebbe alla squadra di avere maggiore imprevedibilità in attacco, di poter avere concretamente delle alternative al gioco sulle fasce, di liberare Dzemaili dalle eccessive attenzioni degli avversari e di recuperare il nostro capitano, riportato nella posizione che predilige.
Poi, al di là degli schemi, quello che più conta è la convinzione e il carattere, e quelli devono essere propri di ogni giocatore che scende in campo con la gloriosa maglia granata...
Di Valeria (del 13/12/2008 @ 00:01:08, in Nel vento, linkato 21 volte)
Ricordo una volta di aver letto alcuni cenni sulla vita della filosofa Simone Weil. Mi aveva colpito il fatto che da giovanissma avesse attraversato un periodo di grande sofferenza in cui si sentiva poco dotata intellettualmente e priva di ogni attitudine e capacità. Ciò che le aveva permesso di uscire dalla crisi e affrontare la sfida della vita era stato il pensiero che la verità non è negata a nessuno che la desideri ardentemente. Come condivido questa sua intuizione...Io ho sempre pensato che se esiste un Dio e una realtà soprannaturale, questa non può essere accessibile unicamente attraverso lo sforzo intellettuale di una casta di “illuminati”, ma deve esserlo a tutti; attraverso qualche forma di manifestazione, specialmente ai più piccoli e "poveri in spirito", come i bambini.
Proprio una bambina è la protagonista de “Le Cronache di Narnia”, il film tratto dall’omonimo romanzo di Clive S.Lewis. E' lei, Lucy, a scoprire l'accesso a un altro mondo, oltre la porta di un vecchio guardaroba collocato nella stanza vuota di una grande casa. Un mondo innevato, che la accoglie tra i fiocchi candidi che scendono dal cielo. Un mondo dove "è sempre inverno, ma mai Natale". Scenario di una storia grande- più grande della realtà che Lucy ha conosciuto nella sua vita di tutti i giorni, ma di cui si ritrova a fare parte, da sempre. Quella che narra dello scontro tra il bene e il male; della sconfitta di quest'ultimo. E infine, dell'arrivo della primavera, col Natale che ne è la prima gemma.
L’immagine della neve che scende dal cielo - in questi giorni sul Piemonte, come ha descritto Marco- rappresenta per me in modo bellissimo l'intuizione della verità che va incontro a tutti coloro che desiderano accoglierla. Un dono dall’alto che ci sfiora con dolcezza, invitandoci ad alzare lo sguardo, come Lucy. Nel Natale io vedo questo dono rivelato in tutta la sua pienezza. Nella notizia che la Verità, Dio, scende dal cielo fino a noi lieve, piccolo, neonato. Non abbagliante, nella sua divinità; nemmeno inaccessibile nel mistero. Ma conoscibile, invece, attaverso il volto umano di un bambino che diventerà adulto e morirà crocifisso a poco più di trent'anni, per amore nostro. Un amore che nella risurrezione si dimostra più forte della morte. La notizia più bella che io abbia mai sentito. Speranza a cui richiamano le luci in queste notti d'inverno e gli alberi addobbati in miracolose fioriture. A ricordare che alla fine di ogni notte c'è l'aurora; alla fine dell' inverno, la primavera. E al termine dell'attesa, oltre la stanza vuota del mio cuore -quella del desiderio di una presenza- l'Incontro con l'Amore disceso dal cielo.