Di Marco (del 23/02/2009 @ 16:55:16, in Fotografia, linkato 16 volte)
Oggi vi presento una foto che ho scattato di recente, in una piccola "scorribanda" al mare. Qui siamo a Varazze, località della riviera di ponente che sta diventando un piccolo gioiellino in riva al mare. Credo che il merito principale sia dovuto al nuovo porto turistico, in gestione ai cantieri Azimut Benetti, che ha rivalutato in modo fantastico la zona elevando di fatto tutta la città. basta semplicemente vedere i prezzi di affitti e degli appartamenti in vendita... Beh, detto questo, la foto qui sopra ha il titolo "Want to sail...": il mare per molti è un richiamo fortissimo. Per me, rappresenta un rapporto molto stretto con la natura, fatto di acqua, sale, vento, silenzio. Una barca, la vela, il sole sulla pelle, gli spruzzi, e quel senso di libertà che riesci a vivere in quei momenti. Nello sfondo, un signore infagottato (testimone delle temperature non proprio estive), che pensieroso cammina sul bagnasciuga.
Di Marco (del 19/02/2009 @ 18:52:55, in Fotografia, linkato 163 volte)
Con un pizzico di ritardo, pubblico questa foto per il giorno di San Valentino. Era il tramonto, era un momento particolarmente piacevole: nonostante la brezza marina, il sole era ancora caldo a sufficienza per apprezzare la sua carezza sul viso. Sul molo, una coppia era teneramente abbracciata, guardandosi negli occhi, per meglio condividere quegli istanti. Di fianco, una persona, seduta sugli scogli, contemplava il tramonto di fronte a sé.
San Valentino per molti, ma non per tutti. Questa foto, da sola, non riesce a spiegare lo scatto. Addirittura, la persona seduta potrebbe risultare un elemento di disturbo. Con questa spiegazione, spero, si giustifica invece la sua presenza.
Questo scatto mi consente di fare una brevissima riflessione sui piccoli momenti che proviamo e che, magari sopraffatti da mille altre cose, non riusciamo a cogliere nella loro pienezza. In particolare, in giorni "speciali" come le ricorrenze festive (San Valentino, Natale, Pasqua, ecc.), c'è chi snobba più o meno volontariamente questi momenti (magari perché diventati un'occasione di marketing), e chi, invece, non ha proprio la possibilità materiale di poterli vivere come vorrebbe. La solitudine, la solitudine, la solitudine. Continuo a pensare che il non poter condividere certe emozioni sia il principale dei peccati.
Per cui... cerchiamo di apprezzare ciò che abbiamo, aspirando sempre al meglio, ma senza dimenticarci di chi ha meno di noi.
Di Marco (del 18/02/2009 @ 13:37:34, in News, linkato 72 volte)
Perle ai porci, by Stephen Pastis
Avete mai letto "la profezia di Celestino"? Credo che sia un "must have", un libro che si debba assolutamente leggere. Tratta di innumerevoli argomenti, uno in particolare riguarda le "strane coincidenze" che ci capitano nella vita. Spesso cerchiamo di trovare una giustificazione a certi eventi, che ci sembrano collegati, ma non sappiamo dimostrare come e perché. Dico questo perché, tra ieri e oggi, ho ricevuto da due miei amici, che non si conoscono, la stessa "critica": mi danno del vanitoso (uno vanitoso, l'altro narciso). Tra i due commenti, la lettura della striscia che vi riporto qui sopra, e che mi sembra abbastanza calzante. Ho sempre pensato, di me, di essere umile, a volte anche di sottostimare le mie capacità. Il fatto di sentirmi dire esattamente il contrario, mi ha fatto molto pensare. Mi ha fatto pensare quanto possa essere differente l'immagine che abbiamo di noi stessi, paragonata alla immagine che gli altri hanno di noi. Evidentemente, devo lavorare molto su questo aspetto. Per il momento, spero che vi piaccia la striscia che ho postato
Di Marco (del 16/02/2009 @ 18:09:57, in Fotografia, linkato 56 volte)
Clash of eagles, by Antoni Kasprzak
A Torino, ospitata dal Museo di Scienze Naturali, c'è una mostra di fotografia da non perdere assolutamente: Wildlife Photographer of the Year. Questa mostra, organizzata dal Natural History Museum di Londra e dal "BBC Wildlife Magazine", presenta gli scatti vincitori del concorso (più di 3mila fotografi partecipanti con circa 40mila foto inviate). Il tema è, ovviamente, la natura e, in particolare, gli animali nel loro habitat. La mostra è decisamente interessante non soltanto per il valore intrinseco delle opere esposte, ma anche perché dà la possibilità, a un fotoamatore che desidera "capire" meglio il punto di vista del fotografo, "come" la foto sia stata scattata. Per ogni foto c'è, infatti, una didascalia che contiene un commento del fotografo, un'ulteriore "contestualizzazione" del curatore della mostra, le specifiche tecniche dello scatto (fotocamera, obiettivo, apertura diaframma e otturatore, iso, presenza di flash e di treppiede) e, per le foto vincenti, la motivazione della giuria. Altro elemento importante, che sottolinea ancora una volta l'importanza della tecnica, più del'attrezzatura, è dato dal fatto che la maggior parte degli scatti selezionati è stata ottenuta con fotocamere non professionali (una, addirittura, con una compatta): avere obiettivi professionali aiuta, ma se non c'è l'occhio... La mostra, inoltre, contiene una sezione per certi versi sconvolgente: è infatti dedicata agli under 10 (meno di dieci anni!) e under 17 (!!!), ed è incredibile, veramente incredibile, quello che i vincitori sono riusciti a realizzare. Insomma, un ottimo bagno di umiltà per tutti i fotoamatori che, con qualche ambizione sotto coperta, pensano di poter avere delle realizzazioni significative nel loro portfolio. Concludo con l'unica pecca di questa mostra: alcune foto sono troppo vicine tra loro (in particolare, quelle messe vicino all'angolo), cosa che impedisce, quando ci sono altre persone, di poterle vedere in santa pace: una disposizione più "generosa" avrebbe permesso una migliore contemplazione. ma è un peccato che si può in qualche modo perdonare.
Indirizzo web della mostra Periodo di apertura al pubblico: Dal 23 gennaio al 15 marzo 2009 Orario: Tutti i giorni dalle ore 10 alle 19 (Chiuso il martedì) Biglietteria: 011 4326354 Numero verde InfoMuseo: 800 329 329 Il book della mostra costa 45€.
wow. Un bel "wow" di apertura, per trasmettere il mio entusiasmo. Su cosa? Prologo Il teatro non mi fa impazzire. Non riesco a instaurare un feeling duraturo. Nonostante mi piacciano molto gli spettacoli dal vivo (perché si instaura, seppur per poco, un rapporto tra gli attori e gli spettatori), col teatro mi sono sempre mosso con diffidenza, ultra-selezionando le rappresentazioni. E, orrore degli orrori, non ho avuto ancora modo di provare l'ebbrezza di un classico (se non per una Aida d'estate, tra l'altro molto bella). E, (shame on me!), non ho ancora visto una che fosse una opera di William Shakespeare. se si esclude ovviamente il (pur bel) film Shakespeare in love...
Arriviamo al dunque. Da un po' di settimane, ormai, sto addentando il libro di Jennifer Lee CarrellShakespeare's secrets (il titolo originale, in inglese, in quanto lo sto leggendo in originale). Con non poca fatica, a dire il vero. Non tanto per la narrazione, che è fluente e avvincente, quanto per le mie lacune linguistiche relative alla lingua del famoso bardo (e dire che lo leggo vocabolario alla mano... ma certe locuzioni mi sono davvero aliene ). Riguarda l'avvincente avventura di una protagonista, tale Kate, che suo malgrado si ritrova nel vortice di una affannosa ricerca a una delle ultime opere di Shakespeare, Cardenio, che prende spunto dall'opera di Cervantes, il Don Quixote. Ovviamente, non posso raccontarvi né la trama, tantomeno il finale (non lo conosco neanch'io). Ma la storia mi ha incuriosito parecchio. Soprattutto perché volevo capire se questa opera, Cardenio, fosse il frutto dell'invenzione dell'autrice (la Carrell), o se sia realmente esistita e, quindi, romanzata. Ho iniziato, allora, a cercare su internet, e ho trovato vari siti che parlano dell'opera. E, effettivamente, questa risulta sconosciuta, o meglio andata perduta nell'incendio del teatro Globe, in cui William Shakespeare teneva le sue rappresentazioni e i suoi manoscritti. Si dice, da quanto si può trovare in rete, che tale opera parli di una storia d'amore a tre, in cui il protagonista viene tradito due volte: dall'amata e dal suo migliore amico. Una storia un po' complicata, però, dal fatto che presenta degli intrecci con il Don Chisciotte, ovvero di un mix tra realtà e fantasia. Un'opera di per sé complicata e differente dalle altre, difficile per certi versi. Ma qui mi fermo io, visto che non oso addentrarmi in un contesto che non conosco, se non superficialmente. Ebbene, il libro della Carrell uscì nel 2007, quasi in contemporanea con l'annuncio del ritrovamento dell'opera da parte della Royal Shakespeare Company, che intende presentarla nel 2009 (toh, quest'anno). Apparentemente, questi due eventi non sembrano collegati, dato che il libro della Carrell ha avuto successo e diffusione senza grandi mezzi pubblicitari, ma attraverso il passaparola. Resta, però, da registrare la singolare coincidenza temporale. E poi? Beh, si sa che ci sono molte teorie su Shakespeare, al punto che se ne dubita la sua stessa esistenza (molti pensano che sotto il suo nome si celino più autori o il filosofo Francis Bacon). Singolare, poi, che si faccia coincidere la morte di Shakespeare con la morte di Cervantes (ricordo, l'autore di Don Quixote). Mi verrebbe da dire: c'è del marcio in Danimarca....
Vi lascio, qui di seguito, due link in italiano dove poter recuperare qualche informazione in più (risalenti al 2007): da La Stampa da Repubblica
Di Marco (del 12/02/2009 @ 18:11:49, in Filosofia, linkato 78 volte)
Inizialmente volevo scegliere una foto che riprendesse, in modo evidente, il concetto di casa. Casa anche come "piccolo universo", come contesto preciso e netto in cui identificarsi. Poi, però, ieri mattina mi sono svegliato e ho potuto ammirare il panorama che vi propongo nella foto qui sopra dal balcone di casa mia. E non è stato difficile scegliere questa foto per esprimere il mio concetto.
Il concetto di casa non è statico, ma dinamico. Cambia con il tempo, cambia esattamente come cambiamo noi. Perché la gente cambia, eccome se cambia. Si evolve, non necessariamente migliora, ma si trasforma. Ciò che eravamo quando avevamo 14 anni può essere molto diverso da come siamo oggi. Può essere dovuto al fatto che le "ferite della vita" ti segnino in modo particolare o, più semplicemente, che gli obiettivi che perseguivi allora (un computer nuovo, una vittoria con la tua squadra, un bel voto a scuola, o uno sguardo indulgente della ragazza per cui muori), adesso si siano trasformati. E, crescendo (anche di statura), vedi il mondo in modo diverso. E diverso, ribadisco, non vuole necessariamente dire: migliore. Vuol dire solo diverso. E' altresì probabile che ci sia, in qualche modo, una continuità: una piccola parte di noi, forse la più profonda, la più vera, definisca una "traccia" che non ci abbandona mai. Che, nonostante quelle famose "ferite", resta la fedele testimone di un progetto di vita che si sviluppa coerente, nonostante tutto.
Casa. Il concetto di casa, per me, era inizialmente il mio balcone. Da dove ho scattato la foto sopra. Ho sempre avuto la fortuna di godere di una vista invidiabile, che abbraccia il Monviso e il Rocciamelone, perdendomi nella Val di Susa tra il castello di Rivoli e la Sacra di San Michele. E i tramonti che certi giorni mi regalano, sono veramente mozzafiato. Montagne e cielo, striato di colori vivissimi e forti, ma anche dolci e caldi. Il concetto di casa era relativo a un paesaggio che facevo mio, che sentivo mio più di qualsiasi altra cosa. Ogni volta che mi allontanavo da casa, mi allontanavo da quel balcone, da cui potevo spaziare e che, la mattina, mi forniva le indicazioni per la giornata a venire (come facevano gli antichi Romani). La casa era un luogo, un'immagine. Mutabile nel tempo, ma con dei riferimenti precisi.
Col tempo, il concetto di casa si è allargato: era Torino, e in particolare Superga, quando tornavo da Milano. Era le montagne in lontananza, le colline che incominciavano a intravedersi sempre più distintamente, era la stazione di Porta Susa, così ferita nelle sue trasformazioni, ma così familiare. Era anche il castello di Moncalieri, provenendo da sud, era la stazione Agip di Villanova, poco prima del casello, era l'indicazione "Lingotto" e "Tangenziale Sud", era il nome di luoghi come Stupinigi, Orbassano, Nichelino... Passeggiare, poi, per piazza San Carlo, via Roma, e tutte le vie del centro, con quei piccoli riti che si ripetono piacevolmente ogni weekend (quel negozio, quel bar, quel ristorante, quelle vetrine), era vivere il libro di Culicchia (Torino è casa mia).
Altra evoluzione, infine. Casa è diventata un sorriso, un'essenza, come il detersivo che hai scelto, l'ammorbidente quello blu. E' piegare le lenzuola, o guardare la tv sul divano, o preparare la cena mentre si mette a posto casa, è spegnere la luce e sentire che è lì, di fianco a te, con il suo respiro regolare e le sue piccole manie pre-sonno.. la casa è un'unione, un'idea di famiglia che supera i luoghi e le dimensioni. Ti rendi conto che la tua casa è la vostra casa, che, come dice Jovanotti, un monolocale può davvero essere un castello, che quello che hai davvero di prezioso è il legame che riesci a creare, più che le quattro mura che lo preservano.
Quale sarà la prossima evoluzione? Non so, crescendo si cambia, l'ho scritto all'inizio. Ma spero di potervelo raccontare (per il piacere di condividerlo con voi).
Non poteva ovviamente mancare, nella piccola raccolta sul concetto di "casa", il mio gruppo preferito, i Dire Straits. E mi piace presentarvi questa canzone non proprio ultranota, diciamo "per appassionati". Follow me home è una canzone che fa parte del secondo album, Communique, da molti ritenuto tra i più "veri" della verve innovativa e sui generis dei Dire Straits. Insieme all'album di esordio (Dire Straits) e a quello seguente (Making Movies), rappresenta il meglio della produzione originale del gruppo. A me piacciono molto anche gli altri (Love over gold e Brothers in arms), in cui si denota marcatamente una maturità artistica e sonora che negli album iniziale non si ha. Ma lo stile è quello, inconfondibile, e decisamente accattivante.
Ma torniamo alla canzone. Qui il concetto di "casa" non è centrale nella canzone, anzi è solo un pretesto. Ciononostante, il sound è a mio avviso fantastico, molto "intimista", e ben si sposa con un'idea di casa che è rifugio, luogo mistico, unione di luoghi fisici e metafisici. Che poi, nel testo, questa "casa" sia solo una stanza dove portare una donna raccolta alla festa, è un altro paio di maniche...
Beh, ho detto anche troppo. Vi lascio a un classico dei Dire Straits degli esordi. Da notare, nel video, un Mark Knopfler irriconoscibile rispetto al distinto e rispettabile signore dei giorni nostri.
Dire Straits - Follow me home (dall'album Communique, 1978)
Eccoci qui, come promesso, a una seconda visione del concetto di "casa", magistralmente (a mio parere) interpretata dalla dolce e vellutata voce di Dionne Warwick. A me piace molto questo testo e il modo in cui lo interpreta Dionne. E' anche molto semplice, per cui non aggiungo ulteriori spiegazioni, perché del tutto superflue. L'unica cosa che non riesco a tradurre con soddisfazione è (intesa come casa, costruzione) e (intesa come casa, luogo e concetto). Probabilmente in italiano non abbiamo una differenziazione così fine. per una volta, gli inglesi ci battono. E voi, che ne pensate?
Dionne Warwick - A house is not a home (dall'album Make Way For, 1964)
A chair is still a chair
Una sedia resta sempre una sedia,
Even when there's no one sitting there
anche quando non c'è nessuno seduto sopra
But a chair is not a house
Ma una sedia non è una casa e
And a house is not a home
una casa non è tale
When there's no one there to hold you tight,
Quando non c'è nessuno che ti possa stringere forte
And no one there you can kiss good night.
E nessuno che ti dia il bacio della buonanotte
A room is still a room
Una stanza resta sempre una stanza,
Even when there's nothing there but gloom;
anche quando non c'è nient'altro che oscurità
But a room is not a house,
Ma una stanza non è una casa,
And a house is not a home
E una casa non è tale
When the two of us are far apart
Quando entrambi siamo lontani
And one of us has a broken heart.
E uno di noi ha il cuore spezzato.
Now and then I call your name
Ora più che mai urlo il tuo nome
And suddenly your face appears
E d'improvviso il tuo volto appare
But it's just a crazy game
Ma è solo un gioco crudele
When it ends it ends in tears.
Perché quando finisce, finisce in lacrime.
Darling, have a heart,
Mia cara, se hai un cuore,
Don't let one mistake keep us apart.
non fare in modo che un errore ci separi.
I'm not meant to live alone. Turn this house into a home.
Non sono fatto per vivere da solo. Trasformiamo questa casa in una casa.
Ci sono tanti modi per esprimere il concetto di "casa". Casa può voler dire tante cose, se ben ci pensate. Può essere uno spazio preciso, quattro mura, una stanza, o una città, una regione, un paese. O anche un panorama, una panchina, una spiaggia. Casa può anche essere non un luogo, ma un sentimento: "mi sento a casa". Cosa vuol dire per voi essere a casa? Oggi vi propongo una canzone piuttosto famosa, in quanto recente e cantata da Michael Bublé. Nel prossimo post, ve ne proporrò un'altra, che già nel titolo chiarisce bene la domanda che vi pongo. E vi dirò cosa vuol dire, per me, essere a casa. Intanto, potete farlo voi...
Per il momento... buon ascolto...
Michael Bublé - Home (dall'album It's time, 2005)
Another summer day
Un altro giorno d'estate
Has come and gone away
E' passato e scivolato via
In Paris and Rome
A Parigi e Roma
But I wanna go home
Ma io voglio tornare a casa
Mmmmmmmm
Mmmmmmmm
May be surrounded by
Potrei anche essere circondato
A million people I
da un milione di persone
Still feel all alone
ma mi sentieri ancora solo
I just wanna go home
Voglio solo tornare a casa
Oh, I miss you, you know
Oh, come mi manchi, lo sai
And I’ve been keeping all the letters that I wrote to you
E ho tenuto tutte le lettere che ti ho scritto
Each one a line or two
e in ognuna di esse due tre righe
“I’m fine baby, how are you?”
"io sto bene, e tu?"
Well I would send them but I know that it’s just not enough
Beh, le vorrei spedire ma so che per te non sarebbero abbastanza
My words were cold and flat
le mie parole sembrerebbero fredde e piatte
And you deserve more than that
e tu meriti molto più di questo
Another aeroplane
Un altro aereo
Another sunny place
un altro posto assolato
I’m lucky, I know
Mi sento fortunato, lo so
But I wanna go home
ma vorrei tornare a casa
Mmmm, I’ve got to go home
mmmmm, devo tornare a casa
Let me go home
fammi tornare a casa
I’m just too far from where you are
sono troppo lontato da dove sei tu
I wanna come home
voglio tornare a casa
And I feel just like I’m living someone else’s life