Immagine
 Arco Olimpico... di Marco
 
"
Non sono spaventato dalla solitudine,
ma dal non poter condividere la gioia dei miei giorni

Marco
"
 
\\ Home Page : Storico per mese (inverti l'ordine)
Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
 
 
Di Marco (del 29/01/2009 @ 14:31:51, in Cinema, linkato 69 volte)
7 anime

Sono andato a vedere il film sapendo che la critica americana l'aveva abbastanza stroncato, e così anche il pubblico.
Memore, poi, del successo che ebbe "La ricerca della felicità" (film d'esordio della accoppiata will smith - gabriele muccino), mi chiedevo come mai questo film potesse essere così criticato.
Così, si spengono le luci in sala, si accende lo schermo e...
Beh, i minuti che seguono sono sequenze appassionanti e coinvolgenti in cui il protagonista, will smith, mostra una maturità, una maestria, una padronanza nel parlare prima con il corpo che con la voce (ovviamente doppiata, in questo caso), che lasciano pochi dubbi sulla sua bravura.
La storia è molto bella, difficile, sia come argomento, sia come epilogo, e forse per questo non così apprezzata dal pubblico americano (magari si aspettava un nuovo "independence day"). La capacità poi degli altri interpreti (come rosario dawson, la spalla femminile del film), rende il film pieno e completo.
Muccino passa lieve e delicato sui grandi drammi espressi nel film, senza retorica, senza accanimento, ma con grande sensibilità.
Un film che ti porta a riflettere, su ciò che è importante nella vita, sui valori, sulla sensibilità, sull'amore.
Un gran bel film. Complimenti.
Articolo (p)Link Commenti Commenti (3)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Valeria (del 27/01/2009 @ 18:52:19, in Nel vento, linkato 15 volte)


L' Arrivederci che dà  il titolo al film è risuonato in una mattina come queste, in un giorno di fine gennaio del 1944.
E' arrivato a me attraverso la memoria del regista -che di quel saluto fu protagonista- in un gennaio di oltre quarant'anni dopo; e ancora continua a vivere nel mio ricordo.

Spesso mi sono chiesta come mai questo film mi abbia colpito così tanto, fin dalla prima volta che l'ho visto, a dieci anni. Vorrei scrivere il post più bello del mondo per poterlo presentare, ma mi accorgo di quanto sia difficile esprimere l'essenziale.
Forse è proprio la fedeltà  a un ricordo ciò che più di ogni altra cosa mi ha toccato.
Un'esperienza vissuta ai tempi della scuola, un'amicizia incredibimente breve, durata il tempo di un gennaio (dalla riapertura dele scuole alla fine del mese); brutalmente interrotta. Eppure carica di tanta verità  da creare una vicinanza del cuore resistente alla distanza del tempo e dello spazio; quella vicinanza che il regista rinnova con una promessa, nella scena finale, attraverso una voce fuori campo (forse, nell'originale francese, la sua)- "Ricorderò".

E' proprio in questo rapporto di amicizia che è racchiusa per me la bellezza del film. Misterioso incontro-scontro di vicinanza e di lontananza; lo definirei così. Un rapporto che sembrava non avere le premesse per decollare - quello tra Julien e Jean Bonnet, il nuovo compagno; ma che invece, ecco: impercettibilmente, nonostante (o chissà , attraverso) i contrasti, si trasforma in un legame profondo e vero.
Dove l'ammirazione nasce proprio dalla contestazione; l'unione riesce a emergere nonostante l'avversione (forse per una nascosta, profonda somiglianza).
Un' amicizia descritta senza retorica, con grande realismo; a cui le parole più belle che potrei dedicare sono queste, da un libro di Andrzej Jawien: "Ecco uno di quei processi che saldano l'universo, uniscono le cose divise, arricchiscono quelle grette e dilatano quelle anguste".
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Marco (del 23/01/2009 @ 11:23:24, in Canzone del giorno, linkato 108 volte)

C'è un piccolo pezzo nel film "Frankenstein Junior" (che film!) in cui il protagonista, il dottor Frankenstein (frankenstin), la prima notte in cui dorme nel letto del suo famoso nonno, preso da un incubo incomincia a urlare:
"Il destino è quel che è, non c'è scampo più per me!"

Non so se sia capitato anche a voi, nella vostra vita, di aver pensato, provato, vissuto sulla vostra pelle, la sensazione che la vostra vita debba andare verso una certa direzione, indipendentemente dal vostro volere e dalle vostre (conscie) decisioni.
Destino contro volontà, fato contro determinazione, il flusso della vita che ci porta verso la foce, mentre noi cerchiamo di risalire la corrente o di prendere un affluente e andare da tutt'altra parte.
Io sento spesso questa corrente. la sento, è come una "vocina", è come se tutto, intorno a me, mi spingesse verso quella direzione. Contrastarla o assecondarla? A ognuno l'ardua sentenza.
In ogni modo, come canzone del giorno, oggi ho scelto di proporvi una canzone di Lenny Kravitz, di già qualche anno fa. Il titolo (I belong to you) riprende un po' il concetto: quando appartieni a una persona, per quanti disastri si possano fare, c'è questo diritto di proprietà che ci tiene vincolati, "nel bene e nel male, in salute e malattia, in ricchezza e povertà".
Lenny deve essere, poi, stato molto innamorato in quel periodo: l'album da cui è tratta la canzone in questione ("5") è piena di musica dai testi decisamente espliciti: Lenny è cotto perso della sua ragazza e l'ispirazione fluisce impetuosa attraverso i suoi testi.
E, da notare, come questo suo amore sia (apparentemente) contraccambiato: ecco dove sta il segreto...

Ma siccome Lenny spiega molto meglio di me questi concetti, lascio la parola (e la musica) a lui...

Lenny Kravitz - I belong to you (dall'album 5, 1998)

You are the flame in my heart Sei la fiamma che brucia nel mio cuore
You light my way in the dark Illumini la mia strada nel buio
You are the ultimate star Sei la stella più luminosa
   
You lift me from up above Mi sollevi dall'alto
Your unconditional love Con il tuo amore incondizionato
Takes me to paradise Che mi porta in paradiso
   
I belong to you Io ti appartengo
And you e tu
You belong to me too Anche tu appartieni a me
   
You make my life complete Rendi la mia vita completa
You make me feel so sweet E mi fai sentire così dolce
   
You make me feel so divine Mi fai sentire divinamente
Your soul and mind are entwined La tua anima e il tuo pensiero sono
Before you I was blind Prima di te io ero cieco
   
But since I've opened my eyes Ma da quando ho aperto gli occhi
And with you there's no disguise E con te non c'è incertezza
So I could open up my mind Così ho potuto aprire la mia mente
   
I always loved you from the start Ti ho sempre amato dal primo momento
But I could not figure out Ma non potevo immaginarmi
That I had to do it everyday Che potessi farlo ogni giorno
   
So I put away the fight Così ho messo da parte la mia lotta
Now I'm gonna live my life e ora vivo la mia vita
Giving you the most in every way cercando di darti il mio meglio ogni giorno
   
I belong to you Io appartengo a te
And you e tu
You belong to me too tu appartieni a me
   
You make my life complete Rendi la mia vita completa
You make me feel so sweet E mi fai sentire così dolce
   
Oh I belong to you Oh, io appartengo a te
I belong to you Io appartengo a te
And you, you e tu
You belong to me too anche tu appartieni a me
   
You make my life complete rendi la mia vita completa
You make me feel so sweet e mi fai sentire così dolce
   
Oh I belong to you oh, io appartengo a te
I belong to you appartengo a te
And you, you e tu
You belong to me too anche tu appartieni a me
   
You make my life complete rendi la mia vita completa
You make me feel so sweet e mi fai sentire così dolce
   
Oh I belong to you oh, io appartengo a te
I belong to you appartengo a te
And you, and you e tu
You belong to me too anche tu appartieni a me
   
You make my life complete rendi la mia vita completa
You make my life complete rendi la mia vita completa
You make me feel so sweet e mi fai sentire così dolce
Articolo (p)Link Commenti Commenti (3)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Valeria (del 22/01/2009 @ 17:28:59, in Nel vento, linkato 80 volte)

E' una canzone che mi fa pensare al vento, questa di Moby, "Why does my heart feel so bad?".

A me piace il vento. C'è stato, questa notte; l'ho sentito. Il vento che arriva dalle montagne, quello che spazza il cielo e porta un azzurro che non si vede spesso sul Piemonte.
Soprattutto in questo periodo dell'anno, il vento provoca in me uno struggimento che non so descrivere. Come una nostalgia o una promessa. Forse il primissimo annuncio della primavera; di qualcosa di nuovo che non so.
Le nubi spariscono, insieme al cielo velato e bianco di di gennaio. Ed è l'azzurro. Quell'azzurro che riesce a trasmettermi speranza e che fa nascere in me una forza silenziosa. Come una porta aperta su un nuovo orizzonte.
Ed è questo che canta la canzone nel ritornello :"These open doors"..."Queste porte aperte"...
Alla tristezza che attanaglia l'anima, chiudendo ogni orizzonte (le domande della canzone sono le stesse di un salmo, nella Bibbia: "Perchè il mio cuore si sente così male? Perchè la mia anima sta così male?"), si contrappongono, improvvise, queste porte che si aprono. Come uno squarcio nel cielo, un profondo sereno. Sembra l'esito di una lotta, di una ricerca dolorosa, ma anche, nello stesso tempo, un regalo e una sorpresa. Una forza misteriosa che emerge dalla debolezza.

Why does my heart / Feel so bad? / Why does my soul /Feel so bad? 
These open doors


" Quanto più vi sentite solo, trascurato, vilipeso, incompreso, e quanto più vi sentirete presso a soccombere sotto il peso di una grave ingiustizia, avrete la sensazione di un’infinita forza arcana, che vi sorregge, che vi rende capaci di propositi buoni e virili, della cui possanza vi meraviglierete, quando tornerete sereno. E questa forza è Dio!" (Giuseppe Moscati)

Articolo (p)Link Commenti Commenti (4)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Valeria (del 15/01/2009 @ 20:12:33, in Nel vento, linkato 17 volte)


It's a horse!, di theparadigmshifter

Bellezza...Certo non è facile definire che cosa sia. E' una caratteristica della realtà che ci tocca profondamente.
La bellezza ha la capacità di suscitare in noi stupore e rapimento. Ci avvince, tanto che desideriamo contemplarla e quasi "fermarla" in noi. Non è così quando scattiamo una foto, facciamo un disegno, o proviamo a descriverla con le parole? Quasi per trattenerla e insieme farne un'esperienza più profonda.
Io che ho sempre amato disegnare, ricordo fin da bambina i momenti trascorsi con fogli e matita intenta a riprodurre ciò che mi colpiva- i soggetti più diversi...E quanta gioia in questo...
Forse è proprio il richiamo alla gioia, il presentimento di una vita vera e piena- ciò che la bellezza ha di più prezioso da donare.
Tuttavia ci sono ferite del cuore, provocate dall'esperienza del male e del dolore, che possono svuotare di ogni attrattiva la bellezza che percepiamo intorno a noi, nel mondo naturale, o nell'arte. Quasi che l'assenza di bellezza morale- la verità- nel cuore dell'uomo renda vana ogni altra forma di bellezza, pur vera e preziosa.
Mi viene in mente
il monologo di Amleto, nella tragedia di Shakespeare, quando- avvicinato da un gruppo di amici (falsamente premurosi, in realtà inviati dai sovrani di Danimarca per indagare su di lui) e amareggiato per l'ipocrisia che scopre intorno a sè- arriva a descrivere la terra, con tutte le sue bellezze naturali, come "uno squallido promontorio" e l'uomo come un cumulo di fango.

Nella natura bellezza e verità coincidono in una misteriosa unità. Non c'è possibilità di finzione e di contraddizione. Nei nostri cuori, invece, è la libertà a decidere per la verità o la falsità...

" Le forme e i caratteri individuali degli esseri che vivono e si sviluppano, delle cose inanimate, degli animali e dei fiori e di tutta la natura, costituiscono la loro santità agli occhi di Dio. La loro inviolabile identità è la loro santità. E' l'impronta della sua sapienza, della Sua realtà in loro.
  La particolare rozza bellezza di questo puledro in questo giorno d'aprile su questo campo e sotto queste nubi è una santità consacrata a Dio dalla sua stessa "sapienza creativa" e proclama la gloria di Dio.
  I fiori pallidi del corniolo fuori da questa finestra sono santi. I piccoli fiori gialli che nessuno nota sul bordo di questa strada sono santi che fissano il volto di Dio.
  Questa foglia ha un suo tessuto, una sua venatura ed una sua forma che sono santi, e il pesce persico e la trota che si nascondono nelle profondità del fiume sono canonizzati dalla loro bellezza e dalla loro forza.
  I laghi nascosti tra le colline sono santi e anche il mare, che con il suo maestoso ondeggiare dà incesante lode a Dio, è santo.
  Il grande monte brullo, con tutti i suoi avvallamenti, è un altro dei santi di Dio. Non vi è altro monte che gli sia simile. E' unico nelle sue caratteristiche; null'altro al mondo imitò e imiterà Dio nello steso modo. E in ciò consiste la sua santità.
  Ma che dire di te? Che dire di me? "

(Thomas Merton, Semi di contemplazione)

La verità su noi stessi spesso ci sfugge. Non è facile capire chi siamo; chi vorremmo essere e come metterlo in atto, con quali decisioni. Quante volte aborriamo la menzogna negli altri e poi ce ne scopriamo complici.
Esiste però nell'uomo un richiamo al bene e alla verità; quella misteriosa realtà che è la nostra coscienza. In questa profondità- mi sembra- si riflette la bellezza (ogni bellezza). E' qui che ci invita alla ricerca di ciò che è giusto e buono, soprattutto quando lo vediamo risplendere in qualcuno e riceviamo la speranza di poterlo a nostra volta trovare.
I raggi di bellezza più caldi e dolcemente potenti che io abbia conosciuto, sono proprio quelli delle persone che mi hanno aiutata con la loro bontà, dandomi ancora la possibilità di sperare.

Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Marco (del 12/01/2009 @ 10:31:03, in News, linkato 22 volte)

New Pier Old San Juan, by theparadigmshifter
New Pier Old San Juan, by theparadigmshifter

Riprendo un articolo che è comparso oggi su La Stampa (potete leggerlo on line qui) per condividere con voi un concetto che mi sta particolarmente a cuore: la distinzione tra "res publica" e "cosa privata".
Da vent'anni a questa parte stiamo scimmiottando a man bassa il modello britannico/americano, in cui lo Stato delega sempre di più ai privati tutto quello che può essere alienato. In questo modo, lo Stato diventa più agile e snello e consente, mediante il principio della concorrenza, al mercato di decretare i prezzi migliori a vantaggio del cittadino. Cittadino che, sulla base del rapporto prestazioni - prezzi, determina la società "migliore".
Questo, in teoria. La pratica, invece, ha chiaramente mostrato che a un "monopolista" di stato se ne sostituisce fondamentalmente un altro, ovvero la grande multinazionale che si aggiudica il 95% del mercato, determinando a suo piacere i prezzi (sensibilmente più alti rispetto alla stessa società a partecipazione statale), senza apportare un significativo miglioramento in termini di qualità del servizio.
Laddove non ci sia una sola grande multinazionale, di fatto si determina un "cartello" delle aziende principali, che definiscono tranquillamente (e in spregio ai principi liberali della concorrenza) il prezzo finale, sempre a discapito dei consumatori finali.
D'altronde, non c'è da stupirsi al riguardo: se le società, giustamente, devono difendere i valori dei loro stakeholders, devono puntare alla massimizzazione del profitto: riduzione perciò dei costi e massimo prezzo praticabile. E' nella logica di qualsiasi amministratore delegato: il massimo, con il minimo.
Questo, in sostanza, il punto di vista da parte della società. Ma se vediamo il contesto dalla parte dello Stato? Lo Stato deve promuovere il benessere sociale e il progresso. Il vantaggio di pochi (gli stakeholders) non può, non deve,  essere superiore al vantaggio dei tanti (i cittadini). O, quantomeno, lo Stato deve preoccuparsi di calmierare, laddove i reciproci interessi siano in contrasto, le due esigenze. Da qui l'Autorità per la Vigilanza, per esempio, e tutti gli altri strumenti a disposizione dello Stato.
Ma ci sono dei comparti in cui le esigenze della comunità sono in palese contrasto con gli interessi dei pochi, per cui una attività, se presa nel suo piccolo, genera solo passivi e risulta antieconomica.
I trasporti, per esempio. E' noto ormai anche ai sassi che, prendendo le ferrovie, la tratta più lucrosa è la Milano Roma e, in generale, i trasporti di media-lunga percorrenza di tipo "business" (la cosiddetta e famigerata "alta velocità"): il guadagno del gestore è maggiore in quanto, per motivi di lavoro, i treni che collegano i principali centri italiani sono pieni di pendolari che, per necessità o per convenienza, preferiscono il treno ad altri tipi di spostamento. Il prezzo, seppur alto, incide in misura minore o nulla (se corrisposto dall'azienda per cui si lavora) rispetto ad altre forme di spostamento (auto, aereo) e, di fatto, si impone come unica scelta.
Logica, pertanto, da parte delle nostre FS, investire maggiormente su queste tratte, di modo da far, finalmente, respirare i magri bilanci.

Logica dal punto di vista della società FS, ma non dello Stato: ci sono delle tratte, per esempio, che sono a bassa redditività (tipicamente i collegamenti regionali) o addirittura in perdita secca, definiti "i rami secchi" da tagliare, che però, nell'ottica di servizio allo strato sociale, devono essere comunque mantenuti.
Da qui, due esigenze contrastanti: da una parte, le legittime necessità di massimizzazione del profitto della società di gestione; dall'altra, l'esigenza dello Stato nel garantire servizi equi su tutto il territorio nazionale, senza discrminazioni. Pena, chiaramente, il ridisegno generale della struttura sociale: quale il futuro? Beh, un'ipotesi a lungo termine potrebbe essere questa: due soli poli attivi, Milano e Roma. Roma polo politico, Milano polo industriale, e tutto il resto d'Italia che gravita su questi due soli fuochi, mantenendo "ai margini" delle due città attività necessariamente localizzate (come, per esempio, i porti di Genova o Napoli). Un'Italia in cui la massa si concentra a Milano / Roma, e vive in città dormitori come Torino, Piacenza, Bergamo, Bologna, Firenze, ecc.

Chiaramente è una visione radicale e provocatoria, ma, in fondo, non così lontana dalla realtà: basta vedere come si stanno comportando le multinazionali con le loro sedi: se prima erano sparse nel territorio, ora stanno via via accentrando i poli in una unica struttura, con evidenti riduzioni di costi. Costi che continuano a esserci, ovviamente, ma che sono in questo caso distribuiti ("occultati") sui dipendenti, che devono spostarsi per continuare a lavorare.

Lo stesso vale, in modo più evidente, per i trasporti aerei: la nuova Alitalia nasce come privata e, per restare in attivo e competitiva con le altre compagnie aeree, deve necessariamente privilegiare le tratte più remunerative (anche qui, Milano Roma e i grandi collegamenti internazionali). In questo senso, la cosiddetta continuità territoriale con Sicilia e Sardegna (per chi non lo sapesse, la garanzia di collegamenti, possibilmente frequenti, tra le isole e la terraferma a tariffe convenzionate per i residenti isolani) non rientra in questo scenario.

Come fare, allora? Se da un lato lo Stato deve garantire lo sviluppo su tutto il territorio, dall'altro incoraggia la dismissione di attività prevalentemente orientate al cittadino verso il privato. Due esigenze in netto contrasto tra di loro. Non stupisce, allora, la protesta degli isolani delle Eolie di fronte alla privatizzazione della tratta verso la Sicilia.

Conclusione? La mia è che certe attività non possono essere privatizzate. Mantenere pubblico non vuol dire avere un livello minimo di servizio: il cittadino, a mio avviso, deve pretendere un servizio di eccellenza. Il fatto che sia pubblico vuole solo dire che è pagato con i soldi di tutti noi, e forse proprio per questo dovremmo alzare la voce per ottenere un risultato soddisfacente. Il privato va bene laddove c'è oggettivamente un mercato concorrenziale, laddove cioè è la qualità dell'offerta che fa la fortuna dell'azienda meglio strutturata. Ma laddove allo Stato si sostituisce un molosso che ha l'obiettivo di massimizzare i profitti sulla pelle dei cittadini, di partenza è una situazione che va a scapito dell'utilizzatore finale.

Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Valeria (del 10/01/2009 @ 19:45:33, in nel vento, linkato 20 volte)

Mi chiedevo se dovessi mostrarla attraverso qualcuna delle mie foto, ma ho preferito che fosse una canzone a descriverla.
Come è accaduto per me.
Una strada che unisce il mare col cielo, ponte tra due distese immense di blu, fatte di onde e nuvole. "Creuza de ma" - così si chiama in genovese- una mulattiera di mare; di quelle che in gran numero solcano le montagne della Liguria.

E' stata una canzone di Fabrizio De Andrè a prendermi per mano per la prima volta lungo il percorso dolce e selvaggio di uno di questi sentieri, tra le curve scavate nella roccia, i pini marittimi, le erbe aromatiche e i fiori, la linea dell'orizzonte; la vita delle persone a cui è intrecciata.
Ricordo soprattutto il forte impatto della musica, in quell'occasione; gli accordi, gli strumenti, gli arrangiamenti. La struggente, malinconica cantilena del ritornello.
Era uno dei brani del concerto trasmesso in tv pochi giorni dopo la sua morte, a cui mi ritrovai ad assistere del tutto casualmente. Le immagini sullo schermo esprimevano la passione degli interpreti (Fabrizio, il figlio Cristiano). Le parole dei sottotitoli scorrevano a tradurre rapide le sonorità quasi incomprensibili, un po' portoghesi, del dialetto genovese; surreali, poetiche, ironiche e a momenti "alla deriva", ma nello stesso tempo così concrete.

E' con questa canzone che vorrei ricordare il suo autore, alla vigilia del decimo anniversario dalla sua scomparsa. Non solo perchè mi riporta a quel concerto che fu per me l'inizio di un lungo e meraviglioso viaggio alla scoperta della sua musica; ma anche perchè l'immagine della "creuza de ma" che abbraccia le immense distese del cielo e del mare mi richiama ciò che di più bello ho conosciuto di Fabrizio De Andrè: lo sguardo lucido e schietto capace di spingersi fino al confine dell'orizzonte, alla ricerca dell'infinito. Quell'orizzonte che ora immagino per lui non avere più segreti.

Creuza de ma

Umbre de muri, muri de maine' dunde ne vegni, duve l'e' ch'a ne':
de'n scitu duve a luna se mustra nua e neutte n'a' puntou u cultellu a gua;
e a munta l'ase gh'e' restou Diou,
u Diau l'e' in pe e u s'e' gh'e' faetu niu;
ne sciurtimmu da u ma pe sciuga' e osse da u Dria,
a funtana di cumbi 'nta ca de pria.

E 'nt'a ca de pria chi ghe saia, int'a ca du Dria che u nu l'e' maina':
gente de Lugan, facce da mandilla, qui che du luassu preferiscia l'a;
figge de famiggia udu de bun che ti peu ammiale senza u gundun.

E a 'ste panse veue cose che daia, cose da beive, cose da mangia?
Frittua de pigneu giancu de Purtufin,cervelle de bae 'nt'u meximu vin,
lasagne da fiddia ai quattru tucchi, paciugu in aegruduse de levre de cuppi.

E 'nt'a barca du vin ghe naveghiemu 'nsc'i scheuggi, emigranti du rie cu'i cioi nt'i euggi.
Finche' u matin crescia da pueilu recheugge fre di ganeuffeni e de figge.
Bacan d'a corda marsa d'aegua e de sa che a ne liga e a ne porta 'nte 'na creuza de ma.

Mulattiera di mare

Ombre di facce, facce di marinaio, da dove venite, dov'e' che andate:
da un posto dove la luna si mostra nuda e la notte ci ha puntato il coltello alla gola
e a montare l'asino c'e' rimasto Dio,
il Diavolo e' in cielo e ci si e' fatto il nido.
Usciamo dal mare per asciugare le ossa dall'Andrea,
alla fontana dei colombi nella casa di pietra.

E nella casa di pietra chi ci sara', nella casa dell'Andrea che non e' un marinaio:
gente di Lugano, facce da tagliaborse, quelli che della spigola preferiscono l'ala.
Ragazze di famiglia, odore di buono, che puoi guardarle senza preservativo.

E a queste pance vuote cosa gli dara', cosa da bere, cosa da mangiare?
Frittura di pesciolini bianchi di portofino, cervelle di agnello nello stesso vino,
lasagne da tagliare ai quattro sughi, pasticcio in agrodolce di lepre di tegole.

E nella barca del vino ci navigheremo sugli scogli, emigranti della risata con i chiodi negli occhi. Finche' il mattino crescera' da poterlo raccogliere, fratello dei garofani e delle ragazze.
Padrone della corda marcia d'acqua e di sale che ci lega e ci porta in una mulattiera di mare.

Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Marco (del 08/01/2009 @ 18:46:32, in Attualità, linkato 109 volte)
James Blunt in concerto a Treviso
James Blunt in concerto a Treviso

E così, quasi senza essercene accorti, è iniziato questo pazzo 2009. Stanchi di dire che il tempo non è più quello di una volta, la perturbazione scandinava ci ha regalato una nevicata coi fiocchi che, a Torino, non si vedeva dal 1985. E me la ricordo bene, quella nevicata: talmente fitta che, davanti a casa mia, feci per la prima (e ultima volta) un pupazzo di neve. Quest'anno niente pupazzo, ma il piacere del silenzio che scende sulla città, imbarazzata da un po' di fiocchi e con il traffico in tilt, non ha veramente paragoni. Mi ha dato la sensazione di tornare a una dimensione più "umana", più naturale. Dove ho riscoperto il passeggiare tra le vie del centro, la lentezza dei movimenti, la minor frenesia degli spostamenti. Quando nevica, c'è una maggiore comprensione da parte di tutti: si giustificano di più certi ritardi, e c'è meno stress. Tranne in certe comiche situazioni, come per esempio l'assalto alla diligenza che, in questo caso, è il pullman sovraccarico di gente.

Il 2009 ci porta anche molta apprensione per il futuro: il numero di cassa integrati sta scoppiando come un bubbone pestilenziale e il carico sullo stato sociale sempre più oneroso. I neolaureati non trovano facilmente lavoro e chi ce l'ha cerca di tenerselo stretto stretto, ma non c'è ottimismo per il domani. D'altronde, i salari sono poco al passo con i costi di tutti i giorni, e acquistare una casa equivale a legarsi a un mutuo di 30 anni e più, senza avere però la certezza della continuità del lavoro (trionfando in questo periodo i contratti a tempo determinato).

Nel frattempo, si avverte una discrepanza sempre più forte tra "chi ha" e "chi non ha": la televisione ti dà l'impressione che, con un po' di fortuna, tutto è possibile (basta scegliere il "pacco" giusto e 500mila euro ti sono di diritto), basta essere colpito dalla dea bendata di una telepromozione e voilà, il trucco è fatto. L'economia, come la televisione, è distorta, come la realtà attraverso un vetro smerigliato: sembra quello che non è. In più, basta voler vedere quello che vogliamo (secondo i nostri gusti e desideri) ed ecco che tutto combacia alla perfezione.

Ho messo la foto di James Blunt perché il 2009 deve essere anche l'anno della bellezza: in mezzo alla guerra Palestina Israele, alle minacce dei rubinetti del gas chiusi, alla recessione, all'inquinamento, alla solitudine, alle malattie, a tutti gli aspetti angosciosi e negativi dell'esistenza umana, possiamo (e dobbiamo) trovare anche dei piccoli momenti in cui il genere umano e la sua piccola permanenza in questo pazzo pazzo mondo sono pieni di bellezza.
Per me, la musica è la testimonianza che qualcosa di più c'è in questo universo: qualcosa che resta, che aleggia sopra di noi, dentro di noi, attorno a noi, e che ci consente di sopportare tutto il peso delle atrocità, piccole o grandi, che costellano la nostra vita.
A novembre andai al concerto di James Blunt, prendendo lui come riferimento anche per quanto ho scritto nei giorni precedenti.
Se, infatti, ogni occasione è buona per cambiare, è solo dalla forte spinta interiore che il cambiamento avviene per davvero. E James Blunt è perfetto per spiegare quello che ho in mente: nel 1999 era arruolato presso l'esercito britannico, fedele alle consegne impartite dal papà (che se non sbaglio era a sua volta un alto grado). Stava facendo cioè la consueta trafila per una carriera nel corpo militare. Ma dentro di se sapeva, sentiva, che il suo destino sarebbe stato diverso: molla così tutto e si mette a scrivere sul serio, dando alla luce, ben 6 anni dopo, il primo album (All the lost souls). Poteva stare comodamente nell'esercito, e strimpellare la chitarra per passione, un po' come faccio io (con meno convinzione e, ovviamente, inferiori risultati) con la fotografia. E invece no: si è guardato allo specchio, e ha detto: ci devo provare, ci voglio provare!
E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

C'è un'espressione inglese molto felice: make things happen. Fai in modo che le cose avvengano. Ma fai: cioè, ricordiamoci che siamo noi a far muovere gli oggetti. E buon 2009 a tutti.
Articolo (p)Link Commenti Commenti (7)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Marco (del 05/01/2009 @ 11:06:37, in Filosofia, linkato 23 volte)
sito web di flickr
home page di flikcr

In questi giorni di festa, in cui mi sono anche preso un po' di influenza, mi sono "goduto" casa mia, complice anche il freddo intenso che imperversa su Torino. Strade ghiacciate, qualche spruzzo di neve nella notte, e il gelo che penetra dalle finestre del mio appartamento, consigliandomi di coprirmi un po' di più e di rintanarmi al calduccio del divano sotto una bella coperta di pile, davanti a un bel film.
Sì, insomma, sono diventato un po' l'"homus casalingus", una nuova forma di genere umano: il pantofolaio degli anni '60. Che, dopo la prematura dipartita di Charlie (vedi post precedente), vive sul bordo delle precarie condizioni igieniche (no... sto scherzando: c'è solo un po' di caos in casa, ma a quello si rimedia con un po' di buona volontà. E la buona vecchia scopa fa sempre il suo dovere e non ti tradisce mai...).
In compenso, mi sono rifatto un po' di cultura cinefila (ah, quanto adoro il cinema!) e mi sono rimesso a vedere un po' di fotografie. Soprattutto su uno dei siti web principe per la fotografia, il "facebook" dei fotografi: flickr. Flickr l'ho scoperto solo di recente (circa un anno fa), grazie a un mio collega che aveva un account sul sito e che esclamò: "ma come! tu fai fotografia e non conosci flickr?!?".
Ecco, così conobbi flickr. Ed, effettivamente, è stata una incredibile sorpresa. Al di là del fatto che è una fonte di ispirazione inesauribile, è anche un fantastico contraltare alla propria supponenza: basta andare a farsi un giro per il sito, e scoprire quanto abbiamo ancora da imparare sulla tecnica fotografica.
Ed è sempre così: più impari, più cose vedi, e più ti rendi conto che hai ancora tanta, tanta, tanta strada davanti a te. Per essere accettabile, mica una star.
Sto esagerando? No, non credo proprio. Un grande fotografo riesce a rendere uno scatto fantastico anche in presenza di un soggetto debole: tutti sono più o meno capaci di grandi fotografie di fronte a uno scenario di per sé eccezionale (il massiccio del Monte Bianco, Portovenere al tramonto, Innsbruck innevata, tanto per fare qualche esempio), ma pochi riescono a rendere interessante una semplice tastiera del computer, un orologio, un tavolo da lavoro, una tapparella.
Questo è il genio, questa è la vera capacità: rendere straordinario l'ordinario, vedere ciò che il 95% della società non vede.
E comprendere i propri attuali limiti ci porta a essere un po' più umili e ad apprezzare il prossimo: non sono proprio tutti scemi quelli che incontriamo, e non è detto che siano più fessi di noi quelli con cui abbiamo a che fare. Ci vuole innanzitutto rispetto, e tentativo di comprensione: solo partendo da questo presupposto possiamo intraprendere un discorso che ci porterà a elevarci, entrambi, a una dimensione maggiore.

Crescere vuole dire, fondamentalmente, confrontarsi. E confrontarsi vuole dire accettare, anche inconsapevolmente, che il nostro prossimo possa essere migliore di noi. D'altronde, un mostro sacro come Michael Jordan diceva: "prima o poi, troverai sempre qualcuno più forte di te". Lui ha dovuto cercarlo nel baseball (obiettivamente, nel basket non ha avuto rivali: nella sua era, è stato senza dubbio lui il più forte, il più completo).

Così, flickr mi ha aperto nuove prospettive: è free, puoi vedere un sacco di foto, su praticamente tutti gli argomenti che ti possano venire in mente, e apprezzare una qualità del risultato assolutamente eccezionale. Flickr è una moderna, e accessibile, galleria fotografica, probabilmente la più fornita e completa del mondo. Via, mi sbilancio: Flickr è il Louvre del 2000!
Più del Louvre: si dice che metà delle opere presenti nel famoso museo siano inaccessibili per mancanza di spazio espositivo. Su Flickr, invece, è solo il tempo a disposizione il limite per vedere tutte le opere ivi  contenute. E, quanto di meglio si possa avere, non c'è nessuno, dico nessuno, che possa decretare, all'infuori di noi (del nostro gusto, della nostra sensibilità, del nostro piacere), la bellezza di una foto visualizzata. Siamo noi gli unici critici e in questo senso possiamo, pertanto, godere appieno dell'opera senza avere influenze esterne.

Ecco, tutto questo panegirico per dire che la mia ipertecnologica, supersofisticata Canon EOS 50D ora me la devo meritare per davvero. Studiare, studiare, studiare. Imparare tutte le tecniche fotografiche, e incominciare a realizzare qualcosa di realmente significativo. Perché sennò quelle pitture rupestri verranno inesorabilmente cancellate dall'oblio del tempo, perse tra altre migliaia di scritte che si sovrapporranno nei secoli dei secoli.
[amen].
Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Di Marco (del 03/01/2009 @ 10:50:00, in News, linkato 26 volte)


Si dice che non si possono mangiare gli animali che hanno un nome: dal momento in cui li chiami, acquisiscono una dignità che ti impedisce di pensare a loro come un succulento antipasto o la portata principale.
Io ho dato il nome al mio aspiravolvere, Charlie. Charlie è stato, finora, l'unico aspirapolvere di famiglia, da quasi 40 anni. Lo stesso che, tra l'altro, ha mia nonna. Se il suo fratellino ancora vive forte e sicuro (mia nonna evidentemente lo custodisce con maggior cura...), con ancora molti sacchetti a disposizione (al momento dell'acquisto sono evidentemente stati molto accorti e previdenti), il povero Charlie ha tirato le cuoia.
Ora.. a dirla tutta, era già da un po' che non stava bene: l'aspirazione non era forte come un tempo e si era preso un brutto virus: diversi animaletti si erano insediati nel suo pancino a uso dimora, cosa che igienicamente non è proprio il massimo! Se la prima malattia era stata curata con successo (era settembre), il rigido inverno piemontese si è mostrato fatale, causando una rottura nelle guarnizioni interne e un proliferarsi di nuovi animaletti... maledetti!!!

Beh, questa è la storiella. Ma vi ho raccontato del mio aspirapolvere non tanto per riempire un vuoto di notizie, quanto perché mi consente di ragionare insieme a voi sul nuovo anno e su ciò che ci lasciamo dietro e ciò che abbiamo davanti.
Detto che la mezzanotte del primo gennaio 2009 è soltanto una convenzione e quest'anno, a differenza degli anni passati, non mi sono prodigato in promesse, voti, intenzioni, desideri, ambizioni, mi piacerebbe sentire il vostro parere su quanto siano importanti i simboli nella nostra vita. ovvio, non è un argomento leggero, ma spero che, col tempo, potremo sviscerarlo in tanti rivoli. il tempo, per fortuna, non ci manca (almeno spero).
Molti sfruttano la convenzione del nuovo anno per sentirsi "nuovi", per ricominciare sotto nuove spoglie, per rinnovare un'energia che sembra progressivamente scemare nel corso dell'anno solare. E così, in prossimità dello scoccare dei dodici rintocchi, ecco che si rinnovano desideri, sogni e quant'altro, con la speranza e l'obiettivo di essere migliori (o di avere qualcosa di meglio) dell'anno che ci stiamo per lasciare alle spalle.
Con gli anni, mi sono notevolmente "raffreddato" riguardo questo tipo di "simbologia": per molti, per esempio, un tatuaggio deve costituire un elemento di svolta molto forte, e come tale viene utilizzato per identificarsi (a un gruppo, a un'ideologia, a un pensiero, o semplicemente a un evento) e sancire un passaggio.
D'altronde, sembra che le pitture rupestri, e l'arte in generale, siano un modo per esorcizzare la morte: essendo noi destinati a perire trasformandoci in polvere, un dipinto, una foto (toh), un affresco, sopravviveranno a noi, regalandoci un'illusione di immortalità.
Se infatti la memoria della persona si affievolirà progressivamente nel corso di due generazioni, saranno le nostre opere la testimonianza del nostro passaggio in questa terra.

Quindi... anno 2009, sarà vero rinnovamento? E in cosa vorremmo cambiare? Detto che il cambiamento può avvenire ogni giorno, che siano anche benvenuti i "feticci", purché ci consentano di trovare una dimensione in questa terra nel breve tempo che abbiamo a disposizione. Buon anno a tutti..

Articolo (p)Link Commenti Commenti (0)  Storico Storico  Stampa Stampa
 
Pagine: 1

< settembre 2010 >
L
M
M
G
V
S
D
  
1
2
3
4
5
6
7
8
9
10
11
12
13
14
15
16
17
18
19
20
21
22
23
24
25
26
27
28
29
30
     
             

Cerca per parola chiave
 


Titolo
Africa (10)
Artistic (5)
Chemical Trails (3)
Clouds (3)
Croatia (1)
Emilia (1)
Frankfurt (1)
Holland (4)
Liguria (2)
Nature (4)
Paris (3)
People (2)
Piemonte (9)
Sardegna (4)
Scotland (2)
Sicilia (2)
Sport (2)
Torino (5)
Torino - The unknown side (8)
Trentino (1)
Umbria (2)

Le fotografie più cliccate

Titolo
Ti piace questo blog?

 Fantastico!
 Carino...
 Così e così
 Bleah!





09/09/2010 @ 14.12.13
script eseguito in 266 ms