Di Valeria (del 25/11/2008 @ 15:14:04, in Nel vento, linkato 64 volte)
"Al cospetto della morte, la questione circa il significato della vita si rende inevitabile" - così scrive papa Benedetto XVI nella sua ultima enciclica, "Spe salvi", sulla speranza.
Spesso la vita viene descritta come un viaggio. Nell'ultimo periodo mi sono ritrovata spesso a pensare a questa immagine - un viaggio di notte. Ogni viaggio è importante per il percorso che offre, i luoghi che fa conoscere, le esperienze e le emozioni che trasmette lungo la via. Ma senza una meta, che senso ha il nostro viaggiare? E poi, come proseguire il cammino nei momenti di fatica e di smarrimento? Io credo che se affrontassimo con tutto noi stessi la realtà della morte- il dolore che porta con sè la perdita delle persone care, il pensiero di non rivederle MAI più - forse l'unica risposta davvero razionale sarebbe la pazzia. Nessun ragionamento potrebbe colmare l'abisso del non senso che ci prospetta la morte, una morte che esiti nel nulla.
Mi ha sempre colpito tanto, e commosso, la figura di Ofelia nell' "Amleto" di Shakespeare. La sua mente cede sotto il peso del dolore, a causa degli abbandoni a cui viene sottoposta (prima il ripudio da parte di Amleto, l'uomo che ama; poi il commiato dal fratello che parte per un lungo viaggio e ultimo - quello determinante - la morte di suo padre). La sua pazzia la porta a farfugliare parole confuse, discorsi senza senso. Così viene descritta da Shakespeare; così la ricordo soprattutto nella versione cinematografica dell'opera diretta da Zeffirelli - la più bella che io abbia mai visto, con Mel Gibson nel ruolo di Amleto e Helena Bonham-Carter in quello di Ofelia (da cui è tratta la foto che intitola il mio post). Penso in particolare a una scena del film- quando Ofelia, già in preda alla follia, si sofferma sulla morte del padre. Tra le tante frasi sconnesse che pronuncia, a un certo punto pone una domanda, così lucidamente razionale. Quella che - come scrive il Papa- rende inevitabile la riflessione sul significato della nostra vita. Una domanda a cui nessuna parola umana può rispondere, nè dare consolazione.
"Spero che tutto andrà per il meglio. Dobbiamo aver pazienza; ma come si fa a non piangere a pensare che l'hanno messo nella terra fredda?..."
Di Marco (del 21/11/2008 @ 16:38:11, in Sport, linkato 15 volte)
TORINO - MILAN 1-1 (0-0) Torino: Lorieri, Corradini, Ferri, Crippa, Rossi, Cravero, Berggreen, Sabato, Bresciani (all'85' Benedetti), Comi, Gritti. A disposizione: Zaninelli, Fuser, Lentini, Di Bin. All.: Radice. Milan: G.Galli, Tassotti, Maldini, Ancelotti, F.Galli, Baresi, Donadoni, Bortolazzi, Massaro, Gullit, Evani. A disposizione: Nuciari, Costacurta, Mussi, Verga, Cappellini. All.: Sacchi. Arbitro: Lo Bello di Siracusa. Reti: Bresciani 78' (T), Ancelotti 79' (M) Spettatori: 47.571 di cui 8.714 abbonati e 38.857 paganti. Note: Nessun provvedimento disciplinare.
L'amarcord di questa partita pesca da una partita di ormai 20 anni fa... accidenti come passa il tempo! In particolare, vi racconto un aneddoto specifico. Correva la stagione 1987-1988 e il Toro, che tutti i tifosi avevano in testa, non era più quello che sfiorò lo scudetto 3 soli anni prima (con un testa a testa col Verona che durò tutta la stagione), ma una squadra che potenzialmente poteva fare molto, ma che per vari motivi non riusciva ad avere molta continuità. Complice, forse, anche l'infortunio del centravanti titolare, l'olandese Wim Kieft (ottimo come tecnica, ma fragile fisicamente purtroppo). In una tutto sommato fredda domenica di marzo, si presenta il primo Milan targato Berlusconi, che mette in bella mostra gli acquisti "di peso" Gullit e Van Basten. La partita finirà 1-1, con un botta e risposta negli ultimi minuti firmato Bresciani e Ancelotti (come si vede dallo score sopra). Come qualcuno ricorderà, la "discesa in campo" di Berlusconi nel mondo del calcio fu roboante, con tanto di cavalcata delle walchirie e presentazione della squadra con elicotteri utilizzati per l'occasione. Simpatica fu la coincidenza, proprio in quella partita, del ripristino del tabellone elettronico dello stadio Comunale di Torino: prima di allora, il tabellone non funzionava: niente informazioni su tempo, marcatori. Con l'arrivo del Milan, magicamente tutto tornò a funzionare. A 'mo di battuta, nel parterre molti scherzavano sul fatto che Berlusconi stesso avesse pagato per rimettere a posto il mitico tabellone.
Di Marco (del 19/11/2008 @ 13:53:31, in Racconti, linkato 275 volte)
Ho dato un'occhiata alle statistiche del sito. In settimana, ci sono circa 20 contatti al giorno, il che mi fa pensare che ci siano all'incirca 10 internauti che capitano qua in modo più o meno costante (gli "aficionados"), e qualcun altro che si imbatte in marcaccioli.com attraverso motori di ricerca, navigazioni "estemporanee" e/o altro. nel ranking di shinystat (che vedete sulla destra del sito) siamo scesi da 10 punti a 9.. anche qui si risente della crisi...
fatto questo piccolo preambolo, ho pensato di introdurre un nuovo filone: "Racconti". vorrei iniziare, da oggi, la pubblicazione di miei brevi racconti. In qualche modo, ho sempre avuto la passione per la scrittura: alle medie, si "giocava" in classe sui temi di italiano da svolgere a casa, inscenando, tra compagni, una sorta di gara a chi faceva il tema più bello o più divertente. Le superiori (e il 6 fisso della prof di italiano) mi consigliarono che forse per me era meglio leggere i libri, piuttosto che pensare a scriverli... ciononostante, il mio piccolo sogno restava lì, sempre presente nella mia testolina. Dato che un libro è di per sé impegnativo, troppo impegnativo, ho pensato che il blog potesse essere la giusta vetrina per mini racconti, che mi dessero l'illusione di scrivere e di pubblicare. E' un esperimento. vediamo se sarà accolto favorevolmente o meno. E questo me lo direte voi....
Come le foglie d'autunno
Avevano coperto quasi completamente il lastricato. Era bello trascinarsi con le scarpe e sollevarle tutte insieme, come piacevole era il rumore croccante quando si calpestavano. Di solito erano arancioni scuro, molto scuro, ma qualcuna di esse restava inaspettatamente gialla, di un paglierino che, messa controluce, sembrava quasi oro. Ogni tanto mi fermavo a osservarla: le nervature, la struttura larga, l'accennato arricciamento sulle estremità. Il gambo era ancora umido, non so se fosse dovuto al fatto che si era staccata da poco, o se per la resistenza della brina della notte. Facevo circoli concentrici con il vapore, mettendo le labbra a O ed emettendo brevi e ripetuti respiri. L'aria era fredda, in questa assolata mattina di novembre. Il sole, che aveva preso il suo posto in un cielo azzurro, non era caldo abbastanza da permettermi di lasciare i guanti a casa. "Cosa fai, guardi le foglie?" Mi girai, sorpreso. Non l'avevo sentita arrivare. Forse ero immerso nei miei pensieri. "Sì, le stavo osservando. Le foglie d'autunno sono spettacolari." "Già. Anche a me piacciono. Quando ero piccola, le più belle le mettevo nel mio diario, tra una pagina e l'altra." Mi prese sottobraccio, invitandomi a camminare di fianco a lei. Aveva un buon profumo, dolce e delicato. Sembrava che provenisse dalla sua sciarpa rosa, avvolta tutta attorno al suo collo, e per un momento avevo immaginato che il suo viso fosse sospeso su una nuvoletta colorata dalla luce calda del tramonto. La testa era bassa, china sul selciato. Muoveva le gambe lentamente, portandole avanti una alla volta, seguendo una linea immaginaria dritta davanti a sé. Con il piede faceva una piccola rotazione, quasi volesse accarezzare con la punta le foglie. Quelle più secche scoppiettavano sotto la suola, colmando quel piccolo silenzio che si era instaurato tra di noi. Sentivo il calore del suo corpo, così vicino al mio, con il muscolo del braccio in tensione, per farmi sentire la sua presenza.
Aspettavo una sua parola, un suo cenno, ma questo tardava ad arrivare. Ogni tanto mi giravo per osservare il suo profilo, e rimanevo incantato dal riflesso della luce sui suoi capelli, che nascondevano maliziosamente i suoi lineamenti, facendo scorgere ogni tanto il naso, la guancia, le labbra. Camminavamo, stretti e concentrati lungo la nostra strada immaginaria.
D'un tratto, sfilò il suo braccio dal mio, si chinò e prese una foglia. Incominciò a rigirarla dal gambo, facendola ruotare nell'aria velocemente, come un piccolo mulinello. Poi la portò controsole: sembrava che risplendesse di una luce tutta sua. "Vedi, la vita è come una foglia d'autunno: si parte da un punto iniziale, e poi davanti abbiamo sempre tante soluzioni. Come diceva un filosofo, la nostra esistenza è fatta di scelte, di bivi: alcuni ci portano a una permanenza breve, altri a un cammino lungo e soddisfacente, altri ancora a esperienze di sofferenza continua. Non sappiamo cosa ci riserverà il domani, ma quello che facciamo oggi, avrà conseguenze sul nostro futuro". Questa riflessione mi prese di sorpresa: non immaginavo che stesse pensando a concetti così profondi. Non mi venne in mente niente di particolarmente intelligente da dire, per cui decisi di rimanere in silenzio.
Sembrava rapita dalla foglia. Continuava a osservarne i contorni, a passare le sue dita sul profilo, quasi accarezzandola, immersa in chissà quale mondo fantastico. E io ero rapito dalla sua immagine, così assoluta e perfetta da portarmi alla contemplazione di un mondo al quale non appartenevo, ma che osservavo in silente rispetto. Il silenzio di prima si era dissolto in una melodia impercettebile, fatta di foglie, di luce, di respiri, di calore del corpo, di pensieri. pensieri privati che non si toccavano, ma che avevano come contatto le diramazioni di quella foglia dorata. Non c'era più imbarazzo, ma la presenza di due persone vicine, eppure lontane, perse nel loro piccolo mondo fatto di fantasie e immagini, miste a ricordi e sogni.
"Su, dài, portami a prendere qualcosa...". "hmm... è ancora presto, cosa ti ispira?" "Vorrei qualcosa di caldo... una bella cioccolata! densa, profumata, che lascia la sua scia sul bordo della tazza..." Ci incamminammo verso il primo bar a disposizione, lei sempre con la foglia in mano, ballonzolante in un equilibrio precario tra le sue dita. Quella foglia, che disegnava imprevedibili ghirigori nell'aria, era al centro della nostra attenzione: per lei, l'emanazione di una freschezza e di una gioia difficilmente esprimibile; per me, la fascinazione per un mondo a me estraneo e incomprensibile.
Tutto a un tratto, nato dal nulla, o forse da quella strana alchimia che aleggiava tra di noi, uscì la melodia della canzone dei Coldplay: Violet Hill. E mi ritrovai a canticchiare, sottovoce, il ritornello: "So if you love me, won't you let me know..." come una sussurrata cantilena, iniziai a far combaciare la foglia, il profilo del suo viso, la musica nella mia testa, le sue dita, il vapore dei nostri respiri, il contatto caldo con il suo corpo, i suoi capelli lievi, in una unica, forte, penetrante sensazione di pace e armonia: uno di quei momenti in cui ti senti felice di vivere e comprendi, nell'attimo fuggevole della giornata, quanto colorato e sgargiante sia il tuo mondo intorno a te, sì proprio a te.
"Cosa canti?" "No, nulla, è che mi è venuta in testa questa canzone... sai, i Coldplay...Violet Hill". "Ah sì, bella, piace anche a me. Dài, che assaporo il gusto caldo della cioccolata...". Incominciò a correre, spingendomi per scherzo di lato e, a pochi metri da me, voltandosi con la testa e un sorriso che non potrò mai scordare. I suoi denti bianchi incastonati in un viso che esprimeva gioia per l'attesa di un premio desiderato e insperato, e quella luce negli occhi che mi donava allegria e felicità. Così, in un gesto tanto semplice, riuscii a comprendere tutte quelle cose che mi capitavano in quei giorni. Io vivo per questo! io voglio vivere per questo! io voglio vivere per questi momenti, voglio respirare e nutrirmi per questi attimi! Attimi di eternità, una bolla di sapone che si crea e si distrugge in un istante, ma che ti fa vedere in quella piccola frazione di vita un arcobaleno che resterà impresso nella tua mente.
Di Valeria (del 17/11/2008 @ 23:54:10, in Nel vento, linkato 52 volte)
A volte capita di ritornare in un luogo a distanza di tempo. Ritrovarlo magari identico a come lo avevamo lasciato, ma svuotato della realtà che lo animava- quella che è rimasta solo nei nostri ricordi, come in un sogno. Sembra di aver chiuso gli occhi per un attimo- in realtà è passato tanto tempo- ed ecco, riaprendoli, tutto è cambiato.
“La vita è sogno”- scriveva Calderon de
La Barca. Ho nel cuore queste parole da diversi giorni; da quando le ho sentite pronunciare, in una forma molto simile, in un film dedicato alla figura di Albert Einstein, diretto da Liliana Cavani- trasmesso in tv alla fine del mese scorso. Non conoscevo la vita del grande scienziato – non ho potuto giudicare quindi la fedeltà con cui la sceneggiatura ne ha ricostruito le vicende- ma mi ha colpito molto la chiave con cui si è scelto di leggerla. Quella di un sogno. Il sogno che fin da giovane lo ha portato a cercare di conoscere un po’ di più il mistero dell’universo, attraverso la fisica. Quel sogno che ha condiviso con la moglie, la matematica Mileva Maric- il cui aiuto è stato determinante nell’esito delle sue ricerche sulla teoria della relatività. C'è una scena del film che li ritrae seduti su una panchina in città, mentre guardano il cielo stellato- è la sera del loro matrimonio, indossano ancora gli abiti di nozze. Invitando Mileva a fissare lo sguardo sulle stelle lontane, Albert sembra prenderla per mano e accompagnarla, con le parole, lungo la via del suo sogno- esplorare l'universo a cavallo di un raggio di luce. Le stelle che vediamo brillare nel cielo sono per noi un'immagine lontana nello spazio e nel tempo: spesso, alcune di esse sono già spente quando la loro luce tocca i nostri occhi. Nelle sue ricerche, Einstein ha dimostrato proprio lo stretto legame che esiste nell'universo tra spazio e tempo, tanto da descrivere un'unica dimensione che li comprenda entrambi. Cavalcare la luce, muoversi alla sua velocità- secondo la teoria della relatività da lui elaborata (che io so riportare solo intuitivamente) - significherebbe fermare il tempo. "Saremmo immortali!"- esclama Albert rivolto alla moglie, pieno di entusiasmo- descrivendole il suo sogno. Nella realtà, però, il tempo continua per entrambi il suo corso e li allontana da quella panchina. Tante cose li allontaneranno anche l'uno dall'altra, durante la vita. Da ultima, la morte- che li coglierà a breve distanza- prima lei, in Europa, lui successivamente in America. Il film descrive gli ultimi eventi della vita dello scienziato, l'incontro col figlio in una stanza di ospedale; gli attimi di lucidità prima di spirare. Quando tutto sembra concluso, con la morte di lui- ecco arriva, inaspettatata, l'inquadratura finale. Albert e Mileva sono di nuovo seduti su una panchina, come la notte del loro matrimonio (in effetti, sono in abiti di nozze). E' la panchina dove avevano contemplato il loro sogno. Ma non è più notte- il luogo è illuminato, come in pieno giorno - sembra un parco in primavera. Si guardano negli occhi. E' allora che Einstein- come riprendendo un dialogo temporaneamente interrotto,- si rivolge alla moglie con questa frase (pronunciata, in realtà- mi pare- in punto di morte): " La vita era il sogno. Ora siamo svegli..." . Una risposta che suona come una domanda, aperta sul mistero.
Di Marco (del 14/11/2008 @ 13:44:44, in Sport, linkato 17 volte)
Come per la partita precedente, anche per questa mi rifaccio a un amarcord molto ravvicinato nel tempo, ovvero all'incontro di ritorno del passato campionato. Come allora, il Toro non navigava in ottime acque, sempre al limite della zona retrocessione. Tra le squadre in difficoltà, c'era anche il Catania, che aveva sulla sua panchina il predecessore dell'attuale allenatore catanese, Zenga: Baldini. La partita si configurava come il solito: tanta, tanta sofferenza, e tante tante speranze. Si iniziava malissimo: calcio d'angolo, e gol: subito sotto di una rete. Per fortuna però, riuscimmo a pareggiare dopo pochi minuti, grazie a un bell'inserimento di Diana. Nel primo tempo, una costante prevalenza granata che faceva presagire bene e male: bene, perché era possibile centrare il risultato pieno, male, perché in queste condizioni siamo bravissimi a non ottenere nulla. Così, dopo un bel po' di occasioni sprecate, si va al riposo sul risultato di parità. Mister Novellino, volendo dare maggiore incisività all'attacco, decide di puntare su Di Michele che, appena entrato, viene imbeccato da Rosina al limite del fuorigioco e mette in rete da una posizione quasi impossibile. 1-2, e la sensazione di aver imbroccato la strada giusta e, soprattutto, di mettere quasi al sicuro la salvezza. Da quel momento, sofferenza: attacchi del Catania, nostri contropiede malamente sprecati, fino all'epilogo: Mascara solo davanti a Fontana che gli si immola davanti per salvare il risultato. E così fu.
Quest'anno la situazione è diversa: il Catania in casa è un rullo compressore (5 vittorie su 6, fattore campo evidentemente determinante), Zenga ha dato una fisionomia precisa alla squadra, cosa che il Toro pian piano sta facendo emergere. Da un lato, la tranquillità di classifica del Catania; dall'altro, la sensazione che il Toro possa e debba fare di più in questo campionato. Come finirà?
Di Valeria (del 14/11/2008 @ 12:42:41, in Nel vento, linkato 18 volte)
Ecco come si presenta il Monte Rosa in uno di questi pomeriggi di novembre, dalle colline del Monferrato. Quando la catena delle Alpi è già tutta in ombra - grigia e azzurrina - la sua cima innevata spicca, unica, splendente del colore da cui prende il nome.
Di Valeria (del 11/11/2008 @ 17:40:31, in Nel vento, linkato 20 volte)
Oggi, 11 novembre, è il giorno di san Martino. Ripenso all'affresco sulla facciata della piccola chiesa di campagna nel paese di mio padre, in Monferrato. Un soldato romano, a cavallo, ritratto nell'atto di donare metà del suo mantello a un mendicante seminudo incontrato- secondo la famosa leggenda- nelle campagne della Gallia, in un freddo e piovoso giorno d'autunno. Al suo gesto sarebbe seguito un improvviso cambiamento delle condizioni climatiche: pioggia e vento freddo avrebbero lasciato il posto a sole e temperature miti. Estate in pieno autunno- la ricompensa per il gesto generoso di Martino che, senza saperlo, in quel mendicante aveva soccorso Gesù in persona, come gli sarebbe stato rivelato in sogno. Da qui l'"estate di san Martino", quella che ogni anno si rinnova nel tepore dei primi giorni di novembre. Quella che, attraverso i secoli, è arrivata fino a me, ai miei occhi, al mio cuore. Nei colori del "dì dla festa" nel paese di mio papà: la messa nel giorno del patrono, la processione dietro la statua lignea del santo, la lotteria e il rinfresco nel pomeriggio. E soprattutto la doppia festa vissuta nella mia famiglia, nel giorno che coincideva col compleanno di mio nonno e di mio zio. La tavola illuminata di sole che si ricopriva dei colori dell'autunno- giallo, arancione, verde- nei piatti della "friccia", il fritto misto alla piemontese, così come l'ho conosciuto. Carico anche di queste immagini e di questi ricordi- ingredienti che non ho potuto tralasciare, insieme a quelli fisici- nel descrivere la sua preparazione.
Ingredienti (per 8 persone): 8 fettine di fegato di vitello, 8 bistecche di vitello, 12 pezzetti di salsiccia, carote, mele, zucchero, 3 etti di semola, 6 uova, un limone, pan grattato, 2l latte, sale q.b., olio extravergine di oliva.
Preparazione.Il semolino va preparato la sera precedente il pranzo, insieme al bagnetto verde. Portate a bollire il latte (2 l) con lo zucchero (6 cucchiai grandi) e una scorza di limone grattuggiata, aggiungendo la semola a pioggia e rimestando continuamente il composto con un cucchiaio di legno fino ad amalgamare il tutto, per circa un quarto d�ora. Il composto deve risultare ben denso. A fine cottura, continuando a rimestare, aggiungete due uova, mescolandole il più rapidamente possibile al composto. Quindi versatelo in un vassoio di ceramica ricoperto d�olio, stendete col cucchiaio un leggero velo d�olio sulla superficie del composto e lasciatelo riposare per una notte. Il mattino seguente tagliate il semolino a cubetti. Preparate a parte 1 uovo sbattuto e pan grattato, sbattete l�uovo e tuffatevi dentro i semolini, poi scolateli e passateli bene nel pan grattato (una volta fritti, si chiameranno i "friciulin dùs"). Un altro uovo sbattuto con un cucchiaio di latte e un pizzico di sale servirà per immergervi le cotolette, anch�esse da passare nel pan grattato. Tagliate a fettine sottili le mele e immergetele in una pastella composta da 2 uova, 3 cucchiai di farina, 4 cucchiai di zucchero. Portate al punto di frittura l�olio in diverse padelle di ferro ed immergetevi dentro gli ingredienti, separando il dolce dal salato. Servite in tavola il piatto caldissimo, accompagnato da un bagnetto verde. Insieme al fritto misto non possono mancare le carote con la salsiccia. Tagliate le carote a listelle, mettetele in una pentola con un po� di olio. Sopra, i pezzi di salsiccia. Lasciate rosolare appena appena, poi aggiungete una tazza d�acqua, sale, qualche rametto di rosmarino e fate cuocere. In una pentola a parte, infine, cuoceranno nell'olio le fette di fegato di vitello fatte a pezzetti. Ingredienti per il bagnetto verde (bagnet): per una coppa piccola. Foglie di prezzemolo e 1 spicchio d�aglio tritati con la mezzaluna (non col minipimer, diventa amaro!). 1 uovo sodo tritato insieme. � barattolo di salsa. 3 cucchiai di olio. � cucchiaio di aceto. Un pizzico di sale. Rimescolare bene il tutto. Lasciare riposare per una notte
Ultimo colore, ultimo ingrediente: il granata...Quello del dolcissimo vino novello, Barbera e Grignolino, perchè- come dice il proverbio- "A san Martino...ogni mosto è vino!".
Di Marco (del 09/11/2008 @ 14:57:30, in Biblioteca, linkato 500 volte)
Se riuscissi a scrivere con un decimo della bravura che ha lui, credo che mi riterrei superfortunato e incredibilmente dotato. Purtroppo non è così, e allora mi accontento di ammirarlo nei suoi romanzi. Non so se sia capitato anche a voi, ma quando un libro mi piace da morire, in qualche modo nasce in me, spontaneo, un affetto verso il suo autore. perché ha saputo regalarmi una emozione forte, che è durata per tutto il libro. Il buon Carlos divenne per me un vero e assoluto mito con il suo primo libro pubblicato in Italia, L'ombra del vento, che lessi (..meglio: divorai) nella scorsa estate. Una volta avuto tra le mani il suo secondo romazno, Il gioco dell'angelo, non mi spaventai certo per le 700 pagine che mi trovavo davanti: pregustavo, anzi, il piacere prolungato della sua compagnia. E così fu. Accidenti, quanto è bravo a scrivere! Le pagine volano via, come le foglie al vento. La trama si dipana tra tanti personaggi che prendono forma, e vita, intrecciando i loro percorsi e trasportandoci nel loro mondo, un mondo raccontato a meraviglia, addirittura al punto da farci quasi credere di esserne testimoni esterni, presenti ma non coinvolti.
Il romanzo è abbastanza noir, ed è centrato sulla vita del protagonista, David, un aspirante scrittore nella Barcelona di inizio secolo scorso. Attorno, davanti e dietro di sé, un mistero, che accompagnerà il lettore fino all'ultima pagina, in cerca di una spiegazione, di un elemento risolutivo che ci faccia comprendere meglio il perché di tutto.
Detto che è scritto in modo magnifico, ma tradotto con qualche lieve sbavatura (il traduttore italiano ogni tanto dimentica la coniugazione dei verbi... tipo: una decina di personaggi scelgono), la storia è decisamente più surreale e gotica di quella precedente, con un finale un po' sospeso e troppo irreale. Il che, però, non toglie nulla al romanzo in sé e che si legge in un amen (io ci ho messo 5 soli giorni, probabilmente un mio piccolo personale record). Morale: questo romanzo vi rapirà. Non ha la stessa intensità emotiva del primo, ma è sicuramente da leggere. E non spaventatevi della sua lunghezza: come ho scritto prima, è solo un modo per stare un po' di più con un vero mago della scrittura.
Di Marco (del 07/11/2008 @ 14:16:36, in News, linkato 52 volte)
Sembra incredibile... per il quarto anno consecutivo, eccoci qui, in una sorta di "dualismo" con Artissima, la manifestazione ufficiale. Dopo i fasti e gli incredibili numeri della terza edizione, svoltasi in un contesto assolutamente unico (l'ex carcere "Le Nuove" di Torino, che da allora è diventata sede museale ed espositiva), il motore dei parartisti si rimette in funzione coinvolgendo tutto un quartiere. Anzi, IL quartiere, quello che, nella sua denominazione, è riuscito (nel male) a far parlare di sé oltre i confini cittadini: San Salvario. San Salvario è sinonimo di spaccio, di delinquenza, di immigrazione violenta, di presidio del territorio, di spartizione e di povertà. Ma è anche sinomino di integrazione, di condivisione, di fratellanza, di coesistenza: in pochi metri si possono trovare un tempio valdese, un tempio ebraico e una chiesa cattolica. I profumi e gli aromi del mercato all'aperto si confondono con i numerosi kebab e ristoranti italiani presenti nel quartiere. San Salvario è la volontà di ripartire tra le mille difficoltà, è la voglia di rinascere e di avere un futuro migliore di un presente sporco e malato, è il desiderio di rivincita verso un destino che sembra segnato e sempre più pieno di insidie. Quest'anno, quindi, non ci sarà un unico spazio espositivo, ma tanti spazi (locali, bar, negozi, cortili) distribuiti lungo il quartiere. Cercando una commistione tra arte e vita, una sorta di street art ottenuta mediante l'unione del quartiere con i parartisti che si insediano nello strato sociale e lavorativo. Io sarò al caffè Zelli (corso Vittorio, poco prima del tempio valdese, provenendo dalla stazione) insieme a un altro parartista. Non sarò sempre presente fisicamente, ma ci sarò...
Di Marco (del 07/11/2008 @ 14:16:35, in Sport, linkato 11 volte)
La partita di domani, Toro Palermo, non suscita in me particolari ricordi. Ma, per fortuna, è uno di quegli incontri in cui non devo tornare indietro di decenni per trovare qualche spunto positivo. Anzi... Basta andare al campionato scorso: partita di ritorno, c'è da vendicare il pesante 3-0 dell'andata (con relativa figuraccia). Il primo tempo vede i rosanero abbastanza determinati e pericolosi, mentre noi fatichiamo oltremodo nell'imbastire efficaci soluzioni d'attacco. Rientra, perciò, nell'ordine delle cose il vantaggio palermitano con una bella discesa prorompente di Amauri, che si porta in spalla Lanna e spiazza Sereni a pochi metri dalla porta. Zero a uno, e giù salamelecchi dagli spalti. Nel secondo tempo, però, c'è una vistosa reazione dei granata, forse grazie anche alla voglia di rivincita dei numerosi ex in campo: Barone, Corini, Diana, Di Michele, Dellafiore e Pisano, ognuno con qualche sassolino da togliersi dalla scarpa. Ed è proprio Diana che dà il là al recupero con una palla spinta facilmente in porta. L'ingresso poi di Di Michele al posto di uno spento Lazetic fa il resto: serpentine, imprevedibilità e, finalmente, concretezza davanti alla porta fanno il resto. Incredibile ma vero, l'esplusione di Amauri semplifica ulteriormente la partita, per cui si arriva a 10 minuti dal termine con un tranquillizzante 3-1. Ecco, mi piace ricordare questo incontro perché è stato uno dei pochi in cui i tifosi granata non hanno subito la loro proverbiale sofferenza fino al '95, perché in fondo in fondo un tifoso granata può essere tale solo se ha una predisposizione genetica al masochismo. E invece no: partita filata via fino alla fine senza particolari sussulti. Una buona volta! E domani? Le squadre, a mio avviso, si equivalgono: la differenza di punti la fa il carattere, e la fortuna. Noi evidentemetne ne abbiamo avuto di meno (di carattere), ma già da domani dovremmo essere in grado di recuperare un po'. O, almeno, è quello che ci aspettiamo tutti. Anche se il ricordo del 3-0 subito a Cagliari quando in panchina c'era proprio l'attuale tecnico palermitano, Ballardini, suona sinistro e preoccupante.